
Un paese ci vuole,
scriveva qualcuno. E ci vuole anche una trattoria, che ne diventa
l’anima, il salotto, il tinello collettivo dove si consumano non
solo i pasti ma le storie, i pettegolezzi, le alleanze, i lutti e le
feste. Nei borghi italiani, anche quelli più minuscoli o defilati –
dove per arrivare devi esserti perso oppure essere davvero convinto
di voler finire lassù o laggiù – c’è quasi sempre una
trattoria. O una piccolissima osteria, o un bar di paese che fa anche
da mangiare. Ciò che trasforma un gruppetto di case in un borgo, in
fondo, è duplice: una chiesa, certo, e una trattoria. Anzi, più il
borgo è piccolo e pochi sono i suoi abitanti, più la trattoria
conta. Molte sono storiche, rinomate, capaci di fare di un luogo una
destinazione – e in questo coincidono con i grandi ristoranti di
campagna che hanno messo sulla mappa gastronomica luoghi altrimenti
dimenticati. Ma anche le più semplici, quelle fuori rotta,
somigliano al territorio perché ne esprimono risorse, carattere e
modo di essere. Non solo prodotti tipici e ricette antiche, ma
convivialità, ricorrenze, abitudini, gesti, dialetto, rapporti di
vicinato. Spesso è proprio l’essere appartate, isolate, lontane
dai circuiti più prevedibili, a permettere loro di costruirsi
un’identità originale e solida, che non si è fatta influenzare da
ciò che succede fuori.
In questo itinerario
tra otto borghi italiani – dal Piemonte alla Sicilia, passando per
Liguria, Emilia, Puglia, Romagna, Toscana e Abruzzo – ho scelto di
raccontare quelle realtà dove la trattoria non è un’attività
commerciale tra le altre ma il cuore pulsante della comunità. Luoghi
dove i cacciatori entrano con i cani, dove i pensionati giocano a
carte aspettando il pranzo, dove i villeggianti diventano amici e gli
amici diventano clienti fissi, dove la domenica ci si trova per un
pranzo in famiglia o una festa di paese. Nelle ricette, nei nomi dei
produttori, nella lista dei vini, c’è scritto tutto quello che
bisogna sapere per esplorare la zona – e anche qualcosa in più,
perché la cucina, quando è radicata, racconta ciò che le guide
turistiche non dicono.
Si comincia
da Cartosio, in Piemonte, nella valle del
torrente Erro, al confine con la Liguria. La trattoria Cacciatori è
una casa del 1818, gestione familiare da generazioni, e il paese è
un piccolo borgo collinare dove la vita scorre lenta tra boschi e
pascoli. Federica Rossini guida la cucina, e l’antica stufa a legna
– accesa da duecento anni – è ancora il cuore pulsante
dell’operazione. Qui il pollo alla cacciatora non è una ricetta da
manuale ma un rito: la carne viene cotta a fuoco lento, con erbe del
territorio e un ragù che sa di caccia e di memoria. I salumi sono
fatti in casa, la giardiniera è croccante e acidula, gli gnocchi al
ragù sono un piatto da osteria nel senso più nobile del termine. È
una tavola di confine, dove il Piemonte contadino e le ricette
familiari si incontrano con l’accoglienza dell’albergo diffuso. E
Cartosio, senza la trattoria Cacciatori, sarebbe solo un nome sulle
cartine – un paese che si attraversa senza fermarsi. Invece ci si
ferma, e si mangia, e si capisce perché la montagna piemontese è
ancora viva.
Scendendo verso la
Liguria, ci si ferma a Ne, in Val Graveglia,
entroterra del Levante ligure alle spalle di Chiavari e Lavagna.
La Brinca è stata aperta nel 1987 dalla
famiglia Circella in una casa colonica, ma le radici affondano negli
anni Trenta, quando i nonni gestivano un’osteria con bottega,
mulino e frantoio. Oggi la Brinca è trattoria e “caneva con
fùndego da vin” – osteria con cantina e bottega – e la Liguria
che racconta non è quella delle cartoline marinare ma quella
dell’orto e del bosco: la panella, la panissa, la baciocca, le
frisciulle, le picagge. Sono nomi che pochi conoscono fuori da queste
valli, eppure racchiudono secoli di cucina povera, fatta di legumi,
erbe spontanee, farine di castagne e olio d’oliva. La Brinca è uno
di quei luoghi dove ti siedi e capisci subito che non stai mangiando
un pasto: stai partecipando a una cerimonia laica, in cui ogni piatto
ha una storia e ogni storia ha un nome e un cognome. Il paese di Ne,
distribuito tra frazioni e boschi, senza la Brinca sarebbe solo
un’area di passaggio. Con la Brinca, è una destinazione.
Risalendo verso
l’Emilia, si arriva a Savigno, nell’Appennino
bolognese occidentale, frazione di Valsamoggia. Qui Amerigo
1934 è un’istituzione: nata nel 1934 con Amerigo e
Agnese come ritrovo di paese tra vino, carte, mercato e bestiame,
oggi è guidata dal nipote Alberto Bettini insieme a Marina. La
cucina è precisa, stagionale, radicata: la sfoglia fatta a mano, i
tartufi di queste colline, i funghi porcini raccolti nei boschi
intorno, i salumi dei produttori locali. Alberto ha saputo
trasformare un’osteria di paese in un ristorante di livello senza
mai perdere l’anima – anzi, proprio tenendo fede a quell’anima.
Savigno, senza Amerigo, sarebbe un borgo come tanti altri, dove si
compra il tartufo al mercato domenicale e poi si riparte. Con
Amerigo, è una tappa del pellegrinaggio gastronomico italiano, un
luogo dove i bolognesi salgono in collina la domenica e i turisti
stranieri prenotano con mesi di anticipo. Eppure, entrando, si ha
ancora la sensazione di essere a casa di qualcuno – non in un
ristorante. Questa è la magia delle trattorie di paese: ti fanno
sentire a casa anche quando sei a centinaia di chilometri dalla tua.
In Puglia,
a Montegrosso, frazione agricola di Andria
sulla Murgia dove vivono circa centonovanta abitanti, Antichi
Sapori è il progetto di Pietro Zito, cuoco contadino
che ha costruito una cucina fondata su orto, erbe, verdure, olio,
paste fresche, legumi, pan cotto, fave e cicorie. A Montegrosso non
ci passi, ci vai. E tra i motivi per farlo c’è certamente la
cucina di Zito, che si definisce “contadino” non per nostalgia ma
per scelta: l’orto è accanto al ristorante, i prodotti sono
raccolti la mattina per essere cucinati a pranzo, i vegetali hanno lo
stesso status di una materia prima nobile. Zito non cerca la
spettacolarità: cerca la verità. E la verità, nella Murgia, ha il
sapore amaro delle cicorie selvatiche, la dolcezza delle fave
fresche, la rotondità dell’olio extravergine di Coratina. La
trattoria è diventata nel tempo un punto di riferimento per chi
cerca la Puglia autentica, quella delle masserie e dei tratturi,
lontana dal turismo di massa del Salento. E Montegrosso, senza
Antichi Sapori, sarebbe solo un nome su una cartina stradale – uno
dei tanti paesi spopolati dell’entroterra pugliese. Invece, grazie
a Pietro Zito, è una meta.
Sull’Appennino
romagnolo, a Pianetto di Galeata, borgo
medievale nel Forlivese, La Campanara è
gestita da Alessandra Bazzocchi e Roberto Casamenti, lei maestra e
lui geometra nella vita precedente, oggi ristoratori per passione e
per necessità – perché il borgo aveva bisogno di un punto di
riferimento, e loro hanno deciso di diventarlo. La cucina segue le
stagioni e lavora su una Romagna che parla la stessa lingua dei
vicinissimi toscani: paste fatte in casa, carni, funghi, erbe, orto e
prodotti dei presìdi Slow Food. Il menu alterna ricette popolari –
il recupero di saperi locali – a tocchi creativi misurati, senza
mai eccedere. La locanda, in una casa in sasso, completa l’idea di
ospitalità appenninica: si mangia, si dorme, si cammina nei boschi,
si torna. Pianetto, senza La Campanara, sarebbe un borgo fantasma
come tanti altri dell’Appennino romagnolo. Con La Campanara, è una
comunità viva.
In Toscana,
a Moggiona di Poppi, nel Casentino, dentro il
Borgo I Tre Baroni, Mater non è una
trattoria ma un ristorante gastronomico – eppure l’ho voluto
includere perché incarna l’idea di radicamento meglio di molti
luoghi più umili. Lo chef Filippo Baroni ha scelto di lavorare in un
paese di meno di cento abitanti, nell’Appennino, non come limite ma
come scelta precisa. «Siamo gente d’Appennino: abituati alla
distanza, al ritmo lento, a un rapporto diretto con quello che ci
circonda. Qui non esiste il passaggio casuale: ogni ospite decide di
mettersi in viaggio per arrivare fin qui, e questo cambia
completamente il senso del nostro lavoro. Ti obbliga a essere
necessario, non semplicemente visibile», mi ha raccontato. Mater
nasce dal bosco, dal silenzio, dalle Foreste Casentinesi e dalla via
di Camaldoli. I piatti parlano di funghi, erbe aromatiche, castagne,
carni di cacciagione – ma anche di un’idea di cucina come
preghiera laica, come meditazione. Moggiona, senza Mater, sarebbe un
borgo tra i tanti dell’Appennino toscano. Con Mater, è un luogo
che merita il viaggio.
Nel Cilento, a Valle
dell’Angelo, il comune più piccolo dell’area interna
con circa duecento abitanti, La Piazzetta è
esattamente ciò che il nome promette: la piazzetta del paese, il
luogo dove ci si incontra, si beve un bicchiere, si mangia un piatto
di pasta e si scambiano due chiacchiere. Angelo Coccaro e Carmela
Bruno hanno aperto l’osteria nel 1994, e da allora non hanno mai
smesso di accogliere. La cucina guarda all’Alto Cilento e agli
influssi lucani: salumi, carni ovine e caprine, formaggi, peperone
crusco, pasta fresca, ragù, funghi porcini, legumi. I tagliolini al
ragù di lepre, le braciole, le polpette di ricotta – tutto parla
di una montagna cilentana robusta e accogliente, capace di dare
motivo al viaggio per chi arriva da lontano e di far tornare chi vive
in zona. Valle dell’Angelo, senza La Piazzetta, sarebbe un paese in
via di spopolamento. Con La Piazzetta, è una comunità che resiste.
Infine, in Abruzzo,
a Castelvecchio Calvisio, borgo del Gran Sasso
aquilano con circa centoventi abitanti, oltre mille metri di quota, a
pochi chilometri dalla Rocca di Calascio e da Santo Stefano di
Sessanio. Le Quattro Ville è una casa di
famiglia diventata trattoria, ristrutturata conservando l’atmosfera
semplice e autentica di pietra e legno. La cucina resta fedele alle
ricette tramandate: paste fatte a mano, carni e sapori decisi
dell’Abruzzo interno. Il piatto simbolo è la pecora alla cottora,
legata alla pastorizia e alla transumananza, cotta storicamente nella
callara appesa sul fuoco – una pentola di rame che un tempo si
usava nei tratturi. Mangiare qui significa assaggiare un pezzo di
storia abruzzese, quella dei pastori che spostavano le greggi dal
Gran Sasso al Tavoliere delle Puglie. Castelvecchio Calvisio, senza
Le Quattro Ville, sarebbe un borgo tra i tanti del cratere sismico,
ancora ferito dal terremoto del 2009. Con Le Quattro Ville, è un
luogo che ha scelto di rinascere, una tavola alla volta.
Otto paesi, otto
trattorie, un’Italia minore che resiste. Non è nostalgia, quella
che provo scrivendo queste righe: è constatazione. Perché la
trattoria di paese non è un museo, non è una cartolina, non è
un’attrazione turistica. È un organismo vivente, che respira con
il borgo, che cambia con le stagioni, che invecchia con i suoi
abitanti e che rinasce con le nuove generazioni. Finché esisteranno
posti come questi, l’Italia avrà un’anima. E l’anima, si sa,
non si misura in abitanti né in fatturato. Si misura in sorrisi, in
piatti vuoti, in porte aperte.
Cesio
Endrizzi