No, l’insalata non è affatto estranea alla tradizione italiana. Il punto è un altro: in Italia l’insalata appartiene storicamente a una diversa architettura del pasto. E per capirlo bisogna smettere, per un momento, di guardare il piatto e guardare invece l’ordine in cui quel piatto arriva a tavola.
Nella cucina italiana tradizionale esiste una distinzione abbastanza netta tra antipasto, primo, secondo e contorno. L’Accademia Italiana della Cucina considera proprio queste categorie parte del modello storico di organizzazione del pasto italiano, anche se oggi quella struttura è diventata molto più flessibile.
L’insalata, nella sua forma più semplice, è normalmente un contorno. Non significa che debba necessariamente arrivare dopo tutto il resto, né che esista una legge gastronomica secondo cui mangiarla prima della pasta sarebbe un sacrilegio. Significa semplicemente che, nella tradizione italiana, non ha avuto lo stesso ruolo che l’insalata ha assunto nella ristorazione statunitense.
È una differenza importante.
In un ristorante italiano tradizionale si può cominciare con un antipasto: salumi, bruschette, verdure sott’olio, fritti, formaggi, pesce marinato o preparazioni regionali. Poi può arrivare il primo, spesso pasta, riso, gnocchi o minestra. Dopo, eventualmente, il secondo di carne o pesce, accompagnato dal contorno. L’insalata può stare esattamente lì: accanto al secondo, come componente vegetale del pasto.
E infatti basta guardare alla cucina regionale per capire quanto sia poco sensato sostenere che l’insalata non sarebbe “tradizionalmente italiana”. In Lombardia, per esempio, l’Accademia Italiana della Cucina registra persino l’insalata di nervetti, preparazione fredda con nervetti di vitello, cipollotti, limone o aceto, olio e prezzemolo.
Ma c'è un'altra ragione per cui l'insalata italiana appare spesso molto più semplice rispetto a quella che un americano può aspettarsi entrando in un ristorante italiano negli Stati Uniti.
La classica insalata verde o mista italiana non deve necessariamente essere una costruzione monumentale. Lattuga, radicchio, pomodoro, carota, finocchio, rucola, qualche altra verdura disponibile: spesso basta questo. E il condimento può essere lasciato al cliente. Olio extravergine d’oliva, aceto o limone, sale. Fine.
Questa semplicità non è povertà gastronomica. È una caratteristica della cucina italiana tradizionale, nella quale il condimento deve accompagnare l’ingrediente senza necessariamente trasformarlo in un altro piatto.
L'idea dell'“Italian dressing”, invece, appartiene soprattutto alla cucina italo-americana. È diventata una categoria commerciale e gastronomica negli Stati Uniti molto più strutturata di quanto sia il semplice condimento quotidiano di un'insalata italiana. Confondere le due cose significa proiettare sull'Italia un modello nato in parte dall'altra parte dell'Atlantico.
Anche l'idea che l'insalata debba necessariamente essere consumata alla fine, però, va presa con una certa prudenza. La cucina italiana non è un codice penale. Non esiste una polizia gastronomica pronta ad arrestare chi mangia qualche foglia di lattuga prima degli spaghetti.
Esiste piuttosto una consuetudine.
E le consuetudini cambiano.
L'Accademia Italiana della Cucina osserva infatti che il modello classico del pranzo italiano, dall'antipasto al dolce, è oggi molto meno rigido: sempre meno persone ordinano tutte le portate tradizionali e il ristorante contemporaneo tende spesso a proporre piatti completi o percorsi differenti.
Questo spiega anche perché l'insalata può comparire in moltissime altre forme. Può essere un antipasto, come un'insalata di mare o un'insalata di arance siciliana; può diventare addirittura protagonista di una preparazione autonoma; oppure può essere servita accanto a carne e pesce. In una cena tradizionale dell'Accademia a Sciacca, per esempio, l'insalata di arance compariva tra gli antipasti, mentre l'insalata verde veniva servita insieme ai secondi.
Quindi la questione non è “gli italiani mangiano l'insalata?” Naturalmente sì.
La domanda corretta è: che cosa rappresenta l'insalata nel pasto italiano?
Per tradizione rappresenta soprattutto un elemento di equilibrio all'interno del pranzo, non necessariamente il suo ingresso. E questo è legato alla stessa logica che ha prodotto la distinzione tra primo e secondo: la cucina italiana non ha costruito il pasto intorno a un'unica grande portata, ma intorno a una successione di preparazioni con funzioni diverse.
È anche per questo che un italiano può entrare in un ristorante americano e trovare perfettamente normale iniziare con una grande Caesar salad, mentre un americano può entrare in una trattoria italiana e chiedersi dove sia finita l'insalata che dovrebbe arrivare prima della pasta. Nessuno dei due sta necessariamente sbagliando. Stanno applicando due grammatiche diverse dello stesso pasto.
E c'è una curiosità ulteriore: la stessa cucina italiana contemporanea sta progressivamente abbandonando proprio quella rigidità che un tempo sembrava intoccabile. Un risotto può essere un piatto unico; l'ossobuco può essere servito insieme al risotto alla milanese; un antipasto può contenere ingredienti che un tempo sarebbero stati classificati diversamente; un contorno può essere incorporato direttamente nella portata principale. L'Accademia stessa osserva che oggi molte preparazioni sfuggono alle vecchie categorie.
Insomma, l'insalata non manca dai ristoranti italiani perché sarebbe poco italiana. Al contrario, è italiana proprio nel modo in cui viene collocata: spesso semplice, stagionale, poco elaborata e subordinata alla struttura complessiva del pasto.
Il vero equivoco nasce quando si pensa che ogni cucina debba organizzare gli stessi ingredienti nello stesso ordine. La gastronomia italiana, come la sua lingua, ha una sintassi. E se si cambia l'ordine delle parole, la frase può ancora avere senso; semplicemente, non è più la stessa frase.
Cesio Endrizzi