IN COSA SI DIFFERENZIANO LE GASTRONOMIE ITALIANE DI NEW YORK DA QUELLE EBRAICHE?

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A New York la parola deli può indicare due universi gastronomici che, a prima vista, sembrano appartenere allo stesso pianeta soltanto perché condividono pane, carne, affettati e una certa propensione a costruire panini capaci di mettere alla prova anche lo stomaco più allenato. Ma basta dare un morso per accorgersi che dietro quei banconi ci sono due storie profondamente diverse.

Da una parte c'è la tradizione delle gastronomie ebraiche, soprattutto quella ashkenazita, arrivata negli Stati Uniti attraverso le grandi migrazioni dall'Europa orientale tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Dall'altra c'è la cultura delle gastronomie italiane, cresciuta soprattutto grazie agli immigrati provenienti dall'Italia meridionale e dalle regioni del Mezzogiorno, che portarono a New York salumi, formaggi, pane, conserve, olio e un modo completamente diverso di intendere il rapporto fra bottega e cucina.

Il risultato è una delle più interessanti rivalità gastronomiche della città: non una vera guerra, naturalmente, ma quasi.

La differenza più evidente riguarda ciò che finisce nel panino. Nella tradizione kosher più rigorosa, il maiale è escluso e carne e latticini non vengono combinati. È una conseguenza diretta delle leggi alimentari ebraiche, che distinguono anche quali animali possono essere consumati e come devono essere preparati.

Per questo il celebre pastrami ebraico non ha bisogno di essere accompagnato da una fetta di formaggio per dimostrare la propria personalità. Anzi, nella tradizione classica il suo carattere viene esaltato proprio dalla semplicità dell'abbinamento: carne, pane di segale e senape, con i sottaceti a completare il quadro.

La gastronomia italiana parte invece da una filosofia quasi opposta. Se c'è una cosa che la cucina italiana non ha mai considerato un problema è mettere insieme carne e formaggio.

Prosciutto e mozzarella, mortadella e provolone, salame e pecorino, capocollo e formaggi freschi o stagionati: l'abbinamento fra salumi e latticini non è un'eccezione, ma una delle colonne portanti della cultura gastronomica italiana.

E poi c'è il maiale.

Prosciutto, pancetta, coppa, salame, soppressata, salsicce: per molte gastronomie italiane il maiale non è semplicemente un ingrediente, ma praticamente un membro della famiglia.

Anche la carne racconta due filosofie differenti.

Nel deli ebraico newyorkese il protagonista è spesso una grossa porzione di carne trasformata attraverso salamoia, speziatura, affumicatura e cottura lenta. Il pastrami è l'esempio più famoso: la carne viene sottoposta a un processo complesso che ne modifica profondamente consistenza, aroma e sapore.

Quando arriva nel panino, non è raro che venga servita ancora calda, tagliata al momento e sistemata in una quantità che sembra progettata più per sfidare il cliente che per nutrirlo.

La gastronomia italiana ha invece una relazione particolare con la stagionatura.

Il prodotto viene trasformato lentamente. Il tempo diventa ingrediente. Il salame deve maturare, il prosciutto deve stagionare, la coppa deve sviluppare progressivamente profumi e consistenza.

E quando arriva il momento di mangiarlo, entra in scena l'affettatrice.

La lama taglia il prodotto in fette sottilissime, quasi trasparenti, perché lo scopo non è soltanto riempire il panino: è permettere al salume di distribuirsi sulla lingua e liberare progressivamente il proprio aroma.

È una differenza quasi filosofica.

Il deli ebraico tende a dire: guardate quanta carne posso mettervi nel panino.

La gastronomia italiana sembra rispondere: guardate cosa riesco a farvi sentire con una fetta sottilissima.

Anche il pane rivela questa differenza.

Il deli ebraico tradizionale ha nel pane di segale uno dei suoi simboli. È un pane robusto, aromatico, capace di sostenere il peso di grandi quantità di carne senza trasformarsi immediatamente in una poltiglia.

Il pastrami viene generalmente accompagnato dalla senape, spesso una senape dal carattere deciso, e dai sottaceti. La combinazione è potente ma relativamente essenziale.

Nella gastronomia italiana, invece, il panino diventa spesso un piccolo progetto architettonico.

Ci sono filoni, ciabatte, panini croccanti, pane di semola, focacce e, nella tradizione italo-americana, gli enormi heroes.

Poi arrivano olio extravergine, aceto, peperoni, melanzane, olive, pomodori, insalate, pesto, giardiniera e una quantità di condimenti che può trasformare un semplice panino in una specie di pranzo completo.

E qui emerge un'altra differenza fondamentale: il ruolo della gastronomia.

La gastronomia italiana di New York spesso nasce o funziona anche come negozio alimentare. Entrando, il cliente può trovare scaffali pieni di pasta, pomodori pelati, conserve, olio, aceto, biscotti, formaggi e prodotti importati dall'Italia.

Il banco dei salumi e dei formaggi è il cuore dell'attività, ma intorno esiste un vero piccolo supermercato della memoria italiana.

È un modello nato anche dalla necessità degli immigrati di ricostruire, dall'altra parte dell'oceano, una parte della dispensa che avevano lasciato in Italia.

Il deli ebraico tradizionale ha invece sviluppato una vocazione più vicina alla tavola pronta. Il cliente entra per mangiare oppure per portarsi a casa pastrami, manzo in salamoia, zuppe, knish, sottaceti e altri prodotti della tradizione ebraica ashkenazita.

Naturalmente non bisogna trasformare questa distinzione in una legge universale.

New York è precisamente il luogo nel quale le tradizioni gastronomiche si incontrano, si contaminano e cambiano.

Un deli italiano può vendere prodotti ebraici. Un ristorante ebraico può avere influenze americane e internazionali. E soprattutto la parola deli negli Stati Uniti ha assunto nel tempo un significato molto più ampio di quello delle sue origini.

La stessa città che ha dato vita a Little Italy e che ha accolto milioni di immigrati ebrei dall'Europa orientale ha trasformato le loro cucine in parte integrante della propria identità.

Per questo confrontare una gastronomia italiana con un deli ebraico significa, in realtà, confrontare due risposte diverse alla stessa domanda: come si costruisce una cucina lontano dalla propria terra d'origine?

Gli immigrati italiani portarono con sé il culto del salume, del formaggio, dell'olio, del pane e della conserva. Gli immigrati ebrei portarono tecniche di conservazione, carni affumicate e salmistrate, pani, sottaceti e una tradizione alimentare fortemente legata alle proprie regole religiose e culturali.

Entrambe le comunità trasformarono ciò che avevano portato dall'Europa adattandolo alla nuova realtà americana.

E proprio qui sta il paradosso.

Queste gastronomie sono profondamente diverse, ma appartengono alla stessa storia: quella di New York come città costruita dall'immigrazione.

Il pastrami e il prosciutto crudo possono sembrare agli antipodi. La senape e l'olio d'oliva sembrano parlare lingue diverse. Il pane di segale e il pane italiano non potrebbero essere più lontani.

Eppure entrambi possono raccontare la stessa cosa: la necessità di sentirsi ancora a casa quando casa si trova a migliaia di chilometri di distanza.

Forse è questa la vera caratteristica delle gastronomie newyorkesi.

Non sono semplicemente negozi dove si comprano panini.

Sono archivi commestibili dell'immigrazione.

E in una città nella quale praticamente ogni comunità ha portato qualcosa della propria cucina, il bancone di un deli può raccontare la storia di un popolo con una precisione che qualche volta nemmeno un libro di storia riesce a raggiungere.



Cesio Endrizzi


PERCHÉ IL FILETTO MIGNON È UNO DEI TAGLI DI CARNE PIÙ APPREZZATI?

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C'è qualcosa di curioso nel filetto mignon.

È uno dei tagli di manzo più costosi e prestigiosi, ma non è quello con il sapore più intenso. Non è ricco di grasso come una ribeye. Non possiede la marezzatura spettacolare di alcune bistecche pregiate. Non offre quella concentrazione di sapore “carnoso” che molti appassionati cercano nei tagli più grassi.

Eppure, quando qualcuno vuole una bistecca associata al lusso, il filetto mignon compare quasi inevitabilmente nella lista.

Perché?

La risposta è semplice: per la sua straordinaria tenerezza.

Il filetto mignon deriva dal filetto di manzo, il tenderloin, un muscolo situato internamente lungo la regione lombare dell'animale. In termini anatomici, il principale muscolo coinvolto è lo psoas maggiore.

Ed è proprio la sua posizione a spiegare una parte importante delle sue caratteristiche.

Lo psoas non svolge lo stesso tipo di lavoro dei grandi muscoli locomotori dell'animale, come quelli coinvolti nel movimento degli arti e nella locomozione. Questo contribuisce a una struttura muscolare particolarmente tenera, con relativamente poco tessuto connettivo resistente.

Ma bisogna sfatare subito una leggenda.

Il filetto non è tenero perché il bovino “non usa mai quel muscolo”.

Non esiste un muscolo completamente inutile o completamente immobile.

Lo psoas partecipa comunque alla biomeccanica dell'animale.

Il punto è che il suo livello di attività e il tipo di sollecitazione meccanica sono differenti rispetto a quelli di molti altri muscoli che svolgono un lavoro locomotorio molto più intenso.

E questa differenza si riflette nella carne.

Quando un muscolo viene sottoposto a determinate sollecitazioni nel corso della vita dell'animale, la sua struttura e la quantità e organizzazione del tessuto connettivo possono contribuire a una maggiore durezza.

Il filetto parte avvantaggiato.

Ha relativamente poco tessuto connettivo resistente e una struttura che, una volta correttamente preparata e cotta, produce quella consistenza quasi burrosa che lo ha reso famoso.

È la famosa bistecca che può essere tagliata con estrema facilità.

Ma c'è un paradosso.

Più tenero non significa necessariamente più saporito.

Ed è proprio qui che il filetto mignon divide gli appassionati.

Per molti, il suo pregio è assoluto.

Morbido.

Uniforme.

Delicato.

Privo delle parti più dure che possono comparire in altri tagli.

Per altri, invece, è quasi un sacrilegio gastronomico.

Perché?

Perché una delle grandi fonti di sapore della carne è il grasso.

E il filetto ne contiene relativamente poco.

Una ribeye ben marezzata può avere una quantità di grasso intramuscolare molto maggiore. Durante la cottura, il grasso contribuisce alla succosità e trasporta numerosi composti aromatici.

Il risultato è una carne dal sapore più intenso.

Il filetto gioca un'altra partita.

Non cerca di conquistare il palato con una concentrazione esplosiva di grasso.

Punta sulla texture.

È una bistecca che privilegia la sensazione in bocca.

Morbidezza.

Finezza.

Uniformità.

Quasi assenza di parti coriacee.

Ed è proprio questa combinazione che molti consumatori associano al lusso.

Il filetto mignon è anche relativamente povero di tessuto connettivo e presenta generalmente poca marezzatura rispetto a molti altri tagli pregiati.

Questo rappresenta contemporaneamente il suo punto di forza e il suo limite.

Poco tessuto connettivo significa grande tenerezza.

Poco grasso significa però anche meno protezione contro una cottura eccessiva.

Ed è qui che molti cuochi commettono l'errore più comune.

Prendono un filetto costoso e lo cuociono troppo.

Il risultato?

Una carne magra, asciutta e molto meno interessante di quanto potrebbe essere.

Il filetto non ha abbastanza grasso da perdonare facilmente una cottura aggressiva o prolungata.

Per questo la precisione nella cottura è particolarmente importante.

E non è un caso che il filetto venga spesso accompagnato da burro, salse, fondo di carne, funghi o altri ingredienti capaci di aggiungere ciò che il taglio possiede naturalmente in quantità minore.

Lo stesso principio spiega una preparazione celebre come il filetto al pepe verde.

La carne fornisce soprattutto la consistenza.

La salsa aggiunge intensità.

Il risultato è una combinazione nella quale le due componenti si completano.

Lo stesso accade quando il filetto viene avvolto nella pancetta.

La pancetta aggiunge grasso e sapidità, creando un contrasto con la relativa magrezza del filetto.

È una soluzione gastronomicamente logica.

Non significa che il filetto abbia bisogno di essere “salvato”.

Significa che il cuoco sta costruendo un equilibrio tra caratteristiche differenti.

E poi c'è un altro motivo per cui il filetto costa tanto: ce n'è poco.

Un bovino contiene molti muscoli, ma il filetto rappresenta soltanto una piccola parte della carcassa.

È quindi un taglio naturalmente limitato.

Se improvvisamente il mondo decidesse che tutti vogliono filetto e nessuno vuole altri tagli, ci sarebbe un problema matematico piuttosto semplice.

Un bovino non può produrre una quantità infinita di filetto.

Ogni animale possiede due filetti, uno per lato della colonna vertebrale, e la quantità totale disponibile è molto inferiore rispetto a quella di altri tagli.

Questa scarsità contribuisce al prezzo.

Ma non è l'unico fattore.

Il prezzo finale di una bistecca dipende anche dalla qualità dell'animale, dalla razza, dall'alimentazione, dalla maturazione, dalla provenienza, dalla lavorazione, dalla distribuzione e dal livello di selezione commerciale.

E soprattutto bisogna distinguere tra filetto e filetto mignon.

Il filetto è l'intero muscolo.

Il filetto mignon indica normalmente le porzioni più piccole e pregiate ottenute dalla parte anteriore o terminale del filetto, a seconda della nomenclatura e della tradizione commerciale utilizzata.

La terminologia può quindi variare tra Paesi e sistemi di macelleria.

Ma il concetto fondamentale rimane.

Stiamo parlando di una parte molto limitata dell'animale.

Ed è questa combinazione di scarsità e caratteristiche organolettiche a creare il prestigio.

C'è poi un'altra cosa che rende il filetto interessante: la sua capacità di funzionare come una specie di tela gastronomica.

Un taglio molto saporito può dominare il piatto.

Il filetto, invece, è relativamente delicato.

Questo lo rende particolarmente adatto a preparazioni nelle quali la carne deve convivere con altri sapori.

Funghi.

Pepe verde.

Salse al vino.

Burro.

Erbe aromatiche.

Riduzioni.

Tartufi.

Sono tutti ingredienti che possono accompagnare il filetto senza entrare necessariamente in conflitto con una carne dal sapore estremamente aggressivo.

Il suo carattere delicato è quindi anche un vantaggio culinario.

Ma esiste una domanda che gli appassionati di carne continuano a discutere: il filetto è davvero la migliore bistecca?

La risposta è: dipende da cosa cercate.

Se per voi la bistecca perfetta deve essere estremamente tenera, uniforme e quasi priva di grasso e tessuto connettivo, il filetto è difficilmente battibile.

Se invece cercate il massimo del sapore di manzo, una forte marezzatura e una componente grassa importante, potreste preferire una ribeye o altri tagli.

Non esiste quindi una gerarchia universale.

Esiste una preferenza.

Il filetto rappresenta una particolare idea di lusso gastronomico: la carne portata verso la massima delicatezza.

La ribeye rappresenta un'altra filosofia: la carne portata verso la massima intensità.

E questo spiega perché alcuni puristi guardino il filetto con una certa diffidenza.

“Troppo tenero.”

“Troppo delicato.”

“Poco sapore.”

“Meglio una bistecca più grassa.”

Non hanno necessariamente torto.

Stanno semplicemente giudicando la carne secondo un criterio diverso.

Il filetto non vuole necessariamente essere la bistecca più potente.

Vuole essere quella che quasi si dimentica di essere carne muscolare.

Quella che oppone pochissima resistenza al coltello.

Quella che si rompe sotto la pressione della forchetta.

Quella che offre una consistenza uniforme dall'inizio alla fine.

Ed è proprio questa caratteristica a spiegare il suo prezzo e il suo prestigio.

In fondo, il paradosso del filetto mignon è tutto qui.

È costoso non perché sia il taglio più grasso, né perché sia quello dal sapore più intenso.

È costoso perché una parte molto piccola dell'animale possiede una combinazione estremamente ricercata di tenerezza, uniformità e versatilità.

È il risultato dell'anatomia trasformata in gastronomia.

Un muscolo con una funzione diversa da quella dei grandi muscoli locomotori diventa, migliaia di anni dopo, una delle bistecche più celebrate del mondo.

E forse la prossima volta che qualcuno dirà che il filetto mignon è “sopravvalutato”, la risposta migliore non sarà contraddirlo.

Sarà chiedergli una cosa molto semplice: preferisci che una bistecca ti conquisti con il sapore o con la tenerezza?

Perché il filetto ha scelto da che parte stare.

E ha scelto la seconda.

Cesio Endrizzi


LA ZUPPA DI BANGKOK CHE NON MUORE MAI: DAVVERO ESISTE UN BRODO DI 45 ANNI?

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Al ristorante Wattana Panich di Bangkok, un'enorme wok di stufato di manzo sobbolle ininterrottamente, dove il brodo liquido viene conservato e reintegrato quotidianamente.


Immaginate di entrare in un ristorante di Bangkok, ordinare una ciotola di noodles con manzo e scoprire che il brodo che state per mangiare ha una storia cominciata decenni prima della vostra nascita.

La prima reazione è probabilmente una sola: “Aspetta. Quarantacinque anni?”

E subito dopo arriva la domanda inevitabile: “Ma è igienico?”

La storia riguarda il Wattana Panich, celebre ristorante familiare di Bangkok conosciuto per la sua neua tune, una zuppa di manzo e noodles preparata utilizzando un brodo dalla continuità pluridecennale.

La leggenda gastronomica vuole che la stessa pentola venga mantenuta in vita da generazioni.

Ma attenzione: dire che il ristorante serve una zuppa nella quale galleggia carne vecchia di 45 anni sarebbe completamente fuorviante.

Non funziona così.

E proprio qui sta la parte più interessante della storia.

Il cosiddetto “brodo di 45 anni” non è una pentola nella quale gli stessi pezzi di carne sono rimasti immersi dal 1974.

Gli ingredienti solidi vengono continuamente consumati e sostituiti.

La continuità riguarda piuttosto una parte del brodo, che viene utilizzata come base per la preparazione successiva.

È una differenza enorme.

Pensiamo a una pentola di stufato.

Durante la giornata vengono aggiunti nuovi ingredienti: carne, spezie, erbe e altri componenti della ricetta. Il liquido continua a cuocere e viene utilizzato per preparare le porzioni.

Alla fine del servizio non avrebbe alcun senso lasciare semplicemente tutto dentro la pentola e proclamare: “Ci vediamo domani”.

I residui solidi devono essere gestiti.

Il principio raccontato per il Wattana Panich è proprio quello della conservazione del brodo, separato dagli ingredienti solidi, e del suo utilizzo come base per la preparazione successiva.

In altre parole, non esiste una bistecca del 1974 nascosta sul fondo della pentola in attesa del cliente sfortunato.

E questa è la risposta alla domanda più inquietante: “Potrei trovare nella mia ciotola un pezzo di manzo vecchio di 45 anni?”

No.

Se il processo viene realmente eseguito come descritto, la carne che mangiate è nuova.

Quello che ha una continuità storica è il liquido di base.

Ma questo non significa che il brodo sia rimasto identico per 45 anni.

Anzi, dal punto di vista chimico sarebbe molto più corretto pensare a una continua trasformazione.

Ogni giorno vengono aggiunti nuovi ingredienti.

Il brodo viene consumato.

Viene reintegrato.

Viene diluito.

Nuove proteine, grassi, minerali, aromi e composti derivati dalla cottura entrano nel sistema.

Altri vengono rimossi insieme alle porzioni servite o durante le operazioni di filtraggio e pulizia.

Dopo decenni, quindi, parlare di “molecole originali del 1974” diventa quasi una questione filosofica.

Non stiamo bevendo un reperto archeologico liquido.

Stiamo bevendo un brodo che ha una continuità culinaria.

È un po' come dire che una fiamma è la stessa fiamma di quarant'anni prima.

La fiamma continua, ma il materiale che brucia cambia continuamente.

Ed è proprio questa continuità a rendere la storia gastronomicamente affascinante.

Ma arriviamo alla parte veramente delicata: la sicurezza alimentare.

Qui bisogna evitare una delle semplificazioni più pericolose della storia.

“È sempre caldo, quindi è sicuramente sicuro.”

No.

Il semplice fatto che una pentola sia calda non costituisce una garanzia assoluta di sicurezza.

La sicurezza dipende dalla temperatura effettiva, dalla sua uniformità, dalla durata del mantenimento, dalla manipolazione degli ingredienti, dalle modalità di raffreddamento e conservazione, dalla pulizia delle attrezzature e da una lunga serie di procedure.

La temperatura è certamente fondamentale.

Molti microrganismi patogeni vengono distrutti quando gli alimenti raggiungono temperature sufficientemente elevate per un tempo adeguato.

Ma esistono anche microrganismi capaci di produrre spore o tossine, e non tutti i problemi microbiologici si risolvono semplicemente dicendo:

“Basta tenerlo caldo”.

Inoltre, una pentola enorme non è necessariamente uniforme in ogni suo punto.

La temperatura deve essere controllata.

E deve essere controllata in modo affidabile.

Un'altra questione fondamentale riguarda ciò che accade tra una giornata di lavoro e l'altra.

Se il brodo viene filtrato e conservato, la fase di conservazione diventa cruciale.

Non basta averlo fatto bollire per ore.

Bisogna sapere come viene gestito successivamente.

La velocità con cui viene raffreddato.

La temperatura alla quale viene conservato.

Il tempo durante il quale rimane in quella condizione.

La pulizia del contenitore.

La possibilità di contaminazione durante la manipolazione.

Sono tutti elementi che possono determinare la sicurezza.

Per questo sarebbe sbagliato trasformare la storia del Wattana Panich in una raccomandazione del tipo:

“Potete lasciare una pentola di brodo sul fornello per anni e non succede niente”.

Assolutamente no.

Una preparazione domestica abbandonata per ore a temperature non controllate può diventare un problema completamente diverso.

Il ristorante può avere procedure consolidate e un metodo tramandato per generazioni, ma questo non significa che qualunque pentola lasciata sul fuoco diventi automaticamente sicura.

E allora perché il sapore di questo brodo è così particolare?

Qui entriamo nel territorio della gastronomia.

Un brodo costruito e ricostruito per anni può sviluppare una complessità aromatica notevole.

Carne.

Ossa.

Midollo.

Spezie.

Erbe.

Proteine.

Grassi.

Prodotti della reazione di Maillard.

Composti aromatici.

Tutto ciò contribuisce al profilo finale.

Ma anche in questo caso bisogna evitare il mito della “magia”.

Non è necessario immaginare che il brodo diventi migliore semplicemente perché è vecchio.

Il gusto nasce dal processo.

Ogni nuova cottura estrae nuovi composti.

Ogni nuova aggiunta modifica il profilo aromatico.

Ogni porzione sottrae una parte del liquido.

Ogni reintegro cambia nuovamente la composizione.

Il risultato è quindi qualcosa di dinamico.

Non è un brodo congelato nel 1974.

È un sistema culinario continuamente rinnovato.

Ed è proprio per questo che il paragone con il lievito madre, spesso utilizzato per descrivere queste preparazioni, deve essere preso con cautela.

Un lievito madre è un sistema biologico nel quale microorganismi viventi svolgono un ruolo fondamentale nella fermentazione.

Un brodo mantenuto caldo è un'altra cosa.

La continuità non deriva necessariamente dalla presenza di una comunità microbica che “vive” nel brodo.

Deriva dalla continuità della preparazione.

È una specie di memoria gastronomica.

Il cuoco di oggi riceve una parte della preparazione precedente, la utilizza come base e la trasforma nuovamente.

Poi il processo ricomincia.

E così via.

Per decenni.

C'è qualcosa di quasi filosofico in questa idea.

Il brodo di oggi contiene qualcosa del brodo di ieri.

Il brodo di domani conterrà qualcosa di quello di oggi.

Ma ogni singolo brodo è anche diverso dal precedente.

La materia cambia continuamente, mentre la ricetta continua.

È questa la vera “immortalità” della pentola.

Non la conservazione eterna degli ingredienti.

La conservazione del processo.

E questo spiega anche perché la domanda “quanto brodo di 45 anni c'è davvero nella mia ciotola?” abbia una risposta molto meno spettacolare di quanto si potrebbe immaginare.

Probabilmente una quantità estremamente piccola del materiale originale può essere rimasta dopo migliaia di cicli di consumo, sostituzione e reintegro.

Ma il valore della storia non sta nella percentuale di molecole antiche.

Sta nella continuità.

È come un fiume.

Possiamo chiamarlo con lo stesso nome per secoli, anche se l'acqua che vediamo oggi non è quella che scorreva cento anni fa.

La zuppa di Wattana Panich è interessante per la stessa ragione.

Non perché sia una capsula del tempo.

Ma perché rappresenta una tradizione culinaria capace di attraversare generazioni mantenendo un'identità riconoscibile.

E forse questa è una delle cose più straordinarie della cucina.

Un piatto può sopravvivere alla persona che lo ha inventato.

Può sopravvivere al cuoco che lo ha perfezionato.

Può sopravvivere alla generazione che lo ha reso famoso.

E può continuare a essere preparato da persone che non hanno mai conosciuto nessuno dei suoi primi artefici.

La pentola cambia.

Gli ingredienti cambiano.

I cuochi cambiano.

Il ristorante cambia.

Ma il filo della preparazione continua.

Quindi no: entrando nel ristorante non rischiate di trovare nel piatto un pezzo di manzo dimenticato dal 1974.

La vera storia è molto più interessante.

Non è la carne ad avere 45 anni. È la tradizione del brodo.

E la differenza tra le due cose è esattamente ciò che impedisce a una curiosità gastronomica di trasformarsi in una storia dell'orrore.

Perché una pentola di zuppa che sopravvive per decenni non è necessariamente un laboratorio di decomposizione.

Se gestita secondo procedure appropriate, è qualcosa di molto più semplice e molto più affascinante:

una ricetta che continua a vivere perché ogni giorno viene, in parte, distrutta e ricostruita.



Cesio Endrizzi


PERCHÉ I CINESI HANNO INIZIATO A USARE LE BACCHETTE INVECE DI ALTRI UTENSILI?

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C'è una barzelletta che circola da tempo e che, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la vera storia delle bacchette.

Narendra Modi, durante una visita ufficiale in Cina, avrebbe detto ai leader cinesi: «Noi indiani siamo più diretti. Mangiamo con le mani e non abbiamo bisogno di posate inutili».

I cinesi avrebbero ascoltato in silenzio.

Poi, durante il banchetto successivo, gli avrebbero servito un piatto talmente bollente da rendere impossibile mangiarlo con le mani.

La battuta funziona perché attribuisce alle bacchette una funzione semplicissima: permettere di afferrare il cibo senza ustionarsi.

E, per quanto sia soltanto una barzelletta, contiene una piccola intuizione interessante.

Perché le bacchette non nacquero necessariamente come posate da tavola.

La loro storia è molto più antica e probabilmente comincia proprio in cucina.

Le prime testimonianze archeologiche certe risalgono almeno alla Cina della dinastia Shang. Nelle rovine di Yin, vicino all'attuale Anyang, sono stati rinvenuti esemplari di bacchette in bronzo databili intorno al 1200 a.C. Gli studiosi ritengono che questi primi strumenti fossero utilizzati soprattutto per cucinare, raggiungendo e manipolando alimenti all'interno di recipienti contenenti acqua o olio bollente.

E qui la storia diventa interessante.

Immaginiamo una cucina dell'antica Cina.

Non esistono le moderne posate industriali. Il cibo viene cotto in recipienti, spesso in preparazioni liquide o molto calde. Bisogna girarlo, spostarlo, estrarlo dal recipiente, controllarne la cottura.

A quel punto due semplici bastoncini diventano uno strumento straordinariamente efficace.

Sono economici.

Sono facili da sostituire.

Possono essere realizzati con materiali diversi.

E soprattutto permettono di raggiungere il cibo senza infilare direttamente le mani dentro una pentola bollente.

Bambù e legno erano materiali particolarmente adatti, ma nel corso della storia furono utilizzati anche bronzo, osso, avorio, giada e altri materiali.

La cosa importante, però, è non raccontare questa evoluzione come se qualcuno avesse improvvisamente inventato le bacchette in un preciso giorno della storia.

Non sappiamo chi le abbia inventate.

Non conosciamo il nome del primo cuoco che abbia preso due bastoncini e deciso di usarli per afferrare il cibo.

Esistono persino diverse leggende cinesi sull'origine delle bacchette. Una attribuisce l'invenzione a Jiang Ziya, un'altra alla consorte del re Zhou, Daji, mentre un'altra ancora coinvolge Yu il Grande, il leggendario sovrano impegnato nel controllo delle inondazioni. Sono racconti tradizionali, non testimonianze storiche verificabili.

La spiegazione più probabile è molto meno spettacolare.

Le bacchette si sarebbero sviluppate gradualmente da semplici strumenti utilizzati per cucinare e servire il cibo.

E questa è una caratteristica ricorrente nella storia delle invenzioni.

Quasi mai qualcuno si sveglia la mattina e inventa dal nulla l'oggetto definitivo.

Molto più spesso un oggetto nasce per una funzione, viene utilizzato in un altro modo, viene modificato, migliorato e infine diventa qualcosa di completamente diverso.

È probabilmente ciò che accadde anche alle bacchette.

Per molto tempo, inoltre, non furono necessariamente l'unico strumento utilizzato a tavola.

La Cina antica conosceva anche i cucchiai e altri utensili. La loro importanza relativa cambiò nel corso dei secoli insieme alla cucina.

Ed è proprio la trasformazione della cucina cinese a rappresentare uno dei fattori più importanti.

Quando gli alimenti vengono preparati in pezzi piccoli, diventa meno necessario utilizzare un coltello direttamente a tavola.

Un pezzo di carne, una verdura, un boccone di pasta o un altro alimento già tagliato durante la preparazione può essere facilmente raccolto con due bastoncini.

Il coltello, quindi, può rimanere principalmente uno strumento della cucina.

La bacchetta diventa invece lo strumento del commensale.

Questa trasformazione non avvenne in un solo momento e non fu uguale in tutte le regioni. Le fonti sulla storia alimentare cinese mostrano infatti che cucchiai e bacchette continuarono per molto tempo a svolgere funzioni differenti. Durante la dinastia Han, per esempio, le bacchette erano già utilizzate come utensili da tavola, mentre i cucchiai mantenevano un ruolo importante per determinati alimenti e preparazioni.

Questo significa che la domanda «Perché i cinesi hanno sostituito le posate con le bacchette?» contiene già una piccola trappola.

Non le sostituirono semplicemente.

Le bacchette si inserirono progressivamente in una cultura alimentare nella quale esistevano diversi utensili e nella quale le loro funzioni cambiarono nel corso dei secoli.

Anche il tipo di alimento ebbe probabilmente un'importanza enorme.

Una ciotola di zuppa richiede uno strumento diverso da un piatto di verdure.

Il porridge di miglio si mangia meglio con un cucchiaio.

Un pezzo di verdura cotta può essere facilmente afferrato con le bacchette.

Noodles e altri alimenti tagliati o raccolti in piccoli pezzi possono essere particolarmente adatti a questo sistema.

La tecnologia della cucina influenza quindi la tecnologia della tavola.

E poi c'è un altro aspetto fondamentale: il modo di mangiare.

Nella tradizione cinese il pasto è spesso organizzato intorno a piatti condivisi, dai quali i commensali prendono il cibo per portarlo nella propria ciotola. Le bacchette si adattano perfettamente a questo modello: permettono di selezionare rapidamente piccoli pezzi di cibo senza dover necessariamente trasferire ogni preparazione attraverso una posata individuale.

Con il tempo, dunque, le bacchette smisero di essere soltanto semplici strumenti funzionali.

Diventarono parte della cultura.

E questo è forse il passaggio più importante di tutta la storia.

Quando un oggetto viene utilizzato per centinaia di anni, non rimane semplicemente un oggetto.

Attorno a esso nascono regole.

Gesti.

Etichette.

Superstizioni.

Significati simbolici.

Il modo in cui si tengono le bacchette diventa parte dell'educazione.

Il modo in cui vengono appoggiate sul tavolo può assumere significati particolari.

Esistono regole su ciò che è considerato educato e ciò che è considerato offensivo.

La bacchetta smette quindi di essere soltanto un pezzo di legno.

Diventa un elemento della civiltà materiale cinese.

La sua diffusione non rimase inoltre confinata alla Cina.

Nel corso dei secoli l'uso delle bacchette si diffuse in altre aree dell'Asia orientale e sud-orientale, assumendo forme e tradizioni differenti in Giappone, Corea, Vietnam e altre regioni. Entro il periodo Tang, tra il VII e il X secolo, erano ormai diventate un utensile da tavola predominante in Cina.

E qui torniamo alla domanda iniziale.

Perché proprio due bastoncini?

Perché sono semplicissimi.

Ed è proprio questa la loro forza.

Non richiedono una tecnologia sofisticata.

Non richiedono metallo.

Non richiedono meccanismi.

Due pezzi di materiale opportunamente sagomati possono raccogliere, separare, girare, sollevare e manipolare una quantità sorprendentemente grande di alimenti.

La loro apparente semplicità nasconde una soluzione estremamente efficiente.

E forse è questo il vero motivo per cui le bacchette hanno attraversato millenni.

Non perché un imperatore le abbia necessariamente ordinate.

Non perché un filosofo le abbia inventate.

E nemmeno perché i cinesi avessero deciso che le forchette fossero inutili.

Piuttosto perché la cucina cinese e le bacchette si sono evolute insieme.

La cucina taglia.

La cucina cuoce.

La cucina serve.

E la tavola si adatta.

Quello che all'inizio poteva essere soltanto un semplice strumento da cucina è diventato progressivamente un utensile da tavola, poi una consuetudine e infine un simbolo culturale.

La storia delle bacchette, quindi, racconta qualcosa di molto più interessante della semplice invenzione di una posata.

Racconta come una civiltà possa trasformare una soluzione pratica in una tradizione millenaria.

E la prossima volta che qualcuno chiederà perché i cinesi mangiano con due bastoncini invece che con una forchetta, la risposta più corretta non sarà: «Perché così è più facile».

Sarà molto più affascinante: perché migliaia di anni di cucina, tecnologia, ambiente e cultura hanno trasformato due semplici bastoncini in uno degli utensili più riconoscibili della storia dell'alimentazione.


Cesio Endrizzi


IL GIORNO IN CUI MCDONALD’S CAMBIÒ IL FAST FOOD: L’HAMBURGER DA 15 CENTESIMI CHE TRASFORMÒ UN RISTORANTE IN UNA FABBRICA

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Quando si parla della nascita di McDonald’s, è facile commettere un errore: pensare che la rivoluzione sia stata l’hamburger.

Non lo era.

Nel 1948 l’hamburger esisteva già da decenni. Non furono Richard “Dick” e Maurice “Mac” McDonald a inventarlo e nemmeno furono loro i primi a capire che si poteva vendere rapidamente e a basso prezzo. Già nel 1921 White Castle aveva trasformato il piccolo hamburger in un prodotto standardizzato, economico e facilmente trasportabile, arrivando a diventare la prima catena americana specializzata nel fast food a base di hamburger.

La vera rivoluzione dei fratelli McDonald fu un'altra.

Non inventarono il panino. Inventarono un modo radicalmente diverso di produrlo.

Nel 1940 Dick e Mac McDonald avevano aperto a San Bernardino, in California, un ristorante drive-in chiamato McDonald's Bar-B-Q. Era un'attività perfettamente inserita nella cultura automobilistica americana dell'epoca: un grande menu, cibo preparato su ordinazione, clienti che mangiavano nelle proprie automobili e ragazze addette al servizio che portavano gli ordini direttamente alle vetture.

Era il modello dominante della California meridionale.

Ma i fratelli McDonald si accorsero di una cosa che avrebbe cambiato la loro vita.

Il loro ristorante vendeva moltissimi prodotti, ma non tutti avevano lo stesso peso economico e operativo. L'hamburger era il vero motore dell'attività.

La domanda, allora, diventò quasi brutale nella sua semplicità: E se smettessimo di fare tutto il resto?

Nel 1948 chiusero il ristorante per circa tre mesi e lo riprogettarono. Non stavano semplicemente cambiando il menu. Stavano ripensando l'intero concetto di ristorazione.

Quando il locale riaprì nel dicembre del 1948, era scomparso il vecchio mondo del drive-in con camerieri al servizio delle automobili.

Il menu era stato drasticamente ridotto.

La cucina era stata riprogettata.

Il servizio era diventato self-service.

E soprattutto era comparso il sistema che avrebbe fatto la storia: lo Speedee Service System.

McDonald's indica proprio il 1948 come l'anno in cui Dick e Mac introdussero questo sistema, con hamburger venduti a 15 centesimi e un menu fortemente semplificato.

La cosa straordinaria è che i fratelli McDonald cominciarono a trattare la cucina quasi come una linea di produzione industriale.

Non nel senso che ogni hamburger fosse letteralmente prodotto da un gigantesco nastro trasportatore, come spesso suggeriscono le ricostruzioni popolari.

La vera innovazione consisteva nella scomposizione del lavoro.

Ogni operazione poteva essere studiata, ripetuta e standardizzata.

Una persona si occupava della carne.

Un'altra preparava i panini.

Un'altra assemblava il prodotto.

Gli ingredienti venivano utilizzati in quantità prestabilite.

I movimenti dei dipendenti venivano organizzati per ridurre gli spostamenti inutili.

L'obiettivo non era permettere al cliente di chiedere qualunque cosa.

Era esattamente il contrario.

Meno scelta significava più velocità.

E più velocità significava poter servire molti più clienti.

Questa è la parte della storia che spesso viene sottovalutata.

Il vero prodotto dei fratelli McDonald non era soltanto l'hamburger.

Era la ripetibilità.

Il cliente doveva poter acquistare un hamburger preparato rapidamente, pagarlo poco e ricevere un prodotto sostanzialmente identico ogni volta.

Questa idea oggi ci sembra banale perché viviamo in un mondo dominato dalla standardizzazione. Nel 1948, invece, applicarla in modo così sistematico alla ristorazione rappresentava un cambiamento enorme.

Il menu iniziale del nuovo ristorante comprendeva nove articoli. L'hamburger costava 15 centesimi ed era il prodotto centrale. La versione originale comprendeva anche cheeseburger, bevande, latte, caffè, patatine di patate — inizialmente potato chips — e una fetta di torta. Nel 1949 le patatine fritte sostituirono le chips e arrivarono anche i Triple Thick Milkshakes.

Quindici centesimi.

Era questo uno degli elementi più importanti del nuovo modello.

Il prezzo estremamente basso non derivava semplicemente dalla generosità dei fratelli McDonald.

Derivava dalla struttura del sistema.

Un menu più piccolo significava meno ingredienti da gestire.

Una preparazione standardizzata significava meno sprechi.

Una cucina organizzata significava meno tempo perso.

Il servizio al banco eliminava una parte del personale necessario nel tradizionale drive-in.

La produzione ripetitiva consentiva di aumentare la velocità.

Il risultato era un modello nel quale il volume poteva compensare il margine ridotto sul singolo prodotto.

È qui che il confronto con White Castle diventa interessante.

White Castle aveva già dimostrato che un hamburger poteva essere trasformato in un prodotto standardizzato, economico e venduto in grandi quantità. Il primo ristorante White Castle aprì a Wichita nel 1921 e il menu originale era sorprendentemente semplice: hamburger da 5 centesimi, Coca-Cola, caffè e apple pie.

Quindi McDonald's non nacque dal nulla.

La grande innovazione dei fratelli McDonald fu l'evoluzione di una serie di idee che esistevano già: hamburger economico, servizio rapido, standardizzazione, produzione ripetitiva e attenzione estrema ai costi.

Ma a San Bernardino queste idee vennero integrate in un sistema particolarmente efficace.

E il sistema era abbastanza interessante da attirare l'attenzione di altri imprenditori.

Tra questi c'era un uomo che inizialmente non aveva intenzione di diventare il protagonista della storia.

Si chiamava Ray Kroc.

Nel 1954 Kroc era un venditore di macchine per milkshake Multimixer. Ricevette un ordine insolitamente grande dai fratelli McDonald e decise di andare personalmente a San Bernardino.

Quello che vide lo colpì.

Non aveva davanti soltanto un ristorante che vendeva hamburger.

Aveva davanti una macchina organizzativa.

Kroc comprese che quel modello poteva essere replicato in molti altri luoghi.

Nel 1955 aprì a Des Plaines, nell'Illinois, il primo ristorante McDonald's gestito da Kroc, mentre i fratelli continuavano a possedere il sistema originario.

La distinzione è importante perché spesso la storia viene raccontata in modo troppo semplice: “Ray Kroc comprò McDonald's e lo inventò”.

Non è così.

I fratelli McDonald inventarono e perfezionarono il sistema originale. Kroc comprese come trasformarlo in una gigantesca organizzazione di franchising.

Nel 1961 la società di Kroc acquisì i diritti dell'attività dei fratelli per 2,7 milioni di dollari secondo la storia aziendale di McDonald's.

Da quel momento la trasformazione diventò planetaria.

Ed è qui che l'hamburger da 15 centesimi assume il suo vero significato storico.

Non era il miglior hamburger d'America.

Non doveva esserlo.

Non era il più elaborato.

Non doveva esserlo.

Non era nemmeno il primo hamburger venduto velocemente.

Quello che lo rendeva rivoluzionario era il fatto che rappresentava una nuova filosofia industriale applicata al cibo.

Ridurre la complessità. Standardizzare il lavoro. Abbassare i costi. Aumentare la velocità. Rendere il risultato ripetibile.

Questa filosofia sarebbe diventata una delle basi del moderno quick-service restaurant.

E avrebbe cambiato anche il rapporto tra cliente e ristorante.

Nel vecchio modello, il ristorante era principalmente un luogo nel quale qualcuno preparava il cibo per il cliente.

Nel nuovo modello McDonald's, il cliente entrava in un sistema.

Ordinava.

Pagava.

Aspettava poco.

Riceveva un prodotto standardizzato.

Se ne andava.

La cucina diventava quasi invisibile.

Il lavoro umano veniva organizzato affinché il cliente percepisse soprattutto velocità, prezzo e prevedibilità.

È questo il motivo per cui il 1948 è molto più importante della semplice nascita di un nuovo hamburger.

McDonald's non inventò il fast food dal nulla. White Castle era arrivata quasi trent'anni prima. E altri ristoratori stavano sperimentando modelli rapidi e standardizzati.

Ma i fratelli McDonald portarono il concetto a un livello che avrebbe avuto conseguenze enormi.

La loro intuizione non fu culinaria.

Fu organizzativa.

Guardarono un ristorante e videro una fabbrica.

E quella fabbrica vendeva hamburger.

Il paradosso è che il panino che sarebbe diventato uno dei simboli più potenti del capitalismo americano non aveva bisogno di essere sofisticato.

Aveva bisogno di essere economico, rapido, semplice e riproducibile.

Quindici centesimi.

Un piccolo panino.

Una cucina riorganizzata.

E un'idea che, nel giro di pochi decenni, avrebbe contribuito a trasformare il modo in cui milioni di persone nel mondo mangiavano fuori casa.

La rivoluzione McDonald's non cominciò quando qualcuno inventò un hamburger migliore.

Cominciò quando qualcuno si chiese:

«E se invece di preparare ogni hamburger come un pasto, iniziassimo a produrlo come un processo?»

La risposta dei fratelli McDonald cambiò la storia della ristorazione.

E il resto del mondo avrebbe passato i decenni successivi a copiarla, adattarla e perfezionarla.

Cesio Endrizzi


IL CONSIGLIO DEL GIORNO TOGLIE LO SPRECO DI TORNO - COME MANTENERE LE VERDURE FRESCHE PIÙ A LUNGO

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C'è una cosa che succede in quasi tutte le cucine.

Compriamo un bel mazzo di insalata, delle carote, qualche zucchina, un po' di erbe aromatiche e magari dei cipollotti.

Poi arriva la settimana.

Una cena fuori.

Un pranzo improvvisato.

Una pizza.

E quando finalmente apriamo il frigorifero ci troviamo davanti a una scena che conosciamo fin troppo bene: verdure appassite, foglie mosce e prodotti che sembrano aver deciso autonomamente di andare in pensione.

Il problema non è soltanto economico.

Quando una verdura finisce nella pattumiera, abbiamo sprecato anche l'acqua, l'energia, il lavoro agricolo, il trasporto e tutte le risorse necessarie per portarla fino alla nostra tavola.

Per questo anche la corretta conservazione diventa una forma di cucina antispreco.

Uno dei sistemi più semplici consiste nel mantenere le verdure nelle condizioni di umidità più adatte alla loro natura.

Per alcune verdure a foglia, per esempio, un canovaccio pulito e leggermente umido può aiutare a limitare la perdita d'acqua e a mantenere le foglie più turgide.

Ma attenzione: umido non significa bagnato fradicio.

L'eccesso di acqua può infatti favorire il deterioramento.

Il principio è quindi: umidità controllata, aria e frigorifero quando necessario.

Il sistema è particolarmente utile con verdure a foglia ed erbe aromatiche.

Prendiamo un canovaccio perfettamente pulito.

Lo inumidiamo leggermente e lo strizziamo molto bene.

Deve essere umido, non gocciolante.

Avvolgiamo delicatamente la verdura e la riponiamo in frigorifero, preferibilmente all'interno del cassetto dedicato agli ortaggi oppure in un contenitore adatto.

Per alcune verdure può essere ancora più efficace utilizzare un contenitore o un sacchetto che permetta una corretta gestione dell'umidità.

Non tutte le verdure, però, devono essere trattate allo stesso modo.

Le patate, per esempio, preferiscono un luogo fresco, asciutto e buio piuttosto che un ambiente umido.

I pomodori, invece, generalmente mantengono meglio aroma e consistenza fuori dal frigorifero, se maturi e consumati in tempi ragionevoli.

Le cipolle hanno bisogno di un ambiente asciutto e ventilato.

Il vero trucco, quindi, non è semplicemente: “metti tutto nel canovaccio”.

È imparare a conoscere ciò che stiamo conservando.

Prima di mettere le verdure in frigorifero possiamo fare un piccolo controllo.

Eliminiamo eventuali parti già deteriorate.

Separiamo le verdure che richiedono condizioni di conservazione differenti.

Evitiamo di lavare tutto in anticipo se non abbiamo intenzione di consumarlo rapidamente: l'acqua residua può accelerare il deterioramento di alcuni prodotti.

E soprattutto non dimentichiamo le verdure nel fondo del frigorifero.

Una volta alla settimana possiamo fare il “giro del frigorifero”.

Guardiamo cosa deve essere consumato prima.

Una zucchina leggermente appassita può diventare una frittata.

Una carota può finire in una zuppa.

Le foglie ancora sane possono diventare un'insalata.

Le verdure che stanno perdendo consistenza possono essere cotte.

La cucina antispreco non pretende che tutte le verdure rimangano perfette per settimane.

Ci insegna semplicemente a utilizzarle prima che diventino inutilizzabili.

LA RICETTA

TORTA SALATA DEL FRIGORIFERO: VERDURE, RICOTTA E PARMIGIANO

Questa è una delle ricette migliori per mettere in pratica il consiglio di oggi.

Non servono necessariamente verdure appena acquistate.

Possiamo utilizzare quelle che abbiamo già in frigorifero e che devono essere consumate rapidamente.

Ingredienti per 4-6 persone

  • 1 rotolo di pasta sfoglia

  • 2 zucchine

  • 1 carota

  • 1 peperone

  • 1 cipolla

  • 250 g di ricotta

  • 2 uova

  • 50 g di Parmigiano Reggiano grattugiato

  • qualche foglia di prezzemolo

  • olio extravergine d'oliva

  • sale

  • pepe

  • una grattugiata di noce moscata

Le verdure possono naturalmente cambiare.

Questa è una ricetta nata proprio per svuotare il frigorifero prima che sia troppo tardi.

LA PREPARAZIONE

Laviamo e controlliamo accuratamente le verdure.

Tagliamo la cipolla finemente.

Riduciamo la carota a piccoli cubetti e le zucchine a rondelle o mezze rondelle.

Tagliamo il peperone a striscioline.

In una padella mettiamo un filo di olio extravergine d'oliva.

Aggiungiamo la cipolla e lasciamola appassire lentamente.

Uniamo la carota, che necessita di qualche minuto in più di cottura.

Dopo alcuni minuti aggiungiamo il peperone e infine le zucchine.

Cuociamo fino a quando le verdure saranno morbide ma ancora consistenti.

Spegniamo il fuoco e lasciamo intiepidire.

Nel frattempo prepariamo il composto.

In una ciotola lavoriamo la ricotta con le due uova.

Aggiungiamo il Parmigiano, il prezzemolo tritato, una piccola quantità di sale, pepe e noce moscata.

Quando le verdure sono tiepide, incorporiamole al composto.

Stendiamo la pasta sfoglia in una tortiera lasciandola sulla sua carta da forno.

Bucherelliamo leggermente il fondo con una forchetta.

Versiamo il ripieno.

Livelliamo la superficie.

Ripieghiamo eventualmente verso l'interno i bordi della sfoglia.

Cuociamo in forno preriscaldato a 180 °C fino a quando la superficie sarà dorata e la pasta ben cotta.

Lasciamo riposare la torta salata per alcuni minuti prima di tagliarla.

Il risultato è una preparazione semplice, profumata e soprattutto estremamente versatile.

E la cosa più importante è che abbiamo dato una seconda possibilità alle verdure che rischiavano di essere dimenticate.

Questa ricetta può essere modificata praticamente all'infinito.

Abbiamo degli spinaci?

Dentro.

È rimasto del broccolo?

Dentro.

Abbiamo una piccola quantità di piselli?

Dentro.

È avanzata una patata lessa?

Possiamo tagliarla a cubetti e aggiungerla.

Abbiamo qualche avanzo di formaggio?

Possiamo utilizzarlo al posto, o insieme, al Parmigiano.

Anche un piccolo quantitativo di prosciutto cotto può essere utilizzato.

L'importante è mantenere un equilibrio tra gli ingredienti e non aggiungere alimenti che potrebbero alterare troppo la consistenza del ripieno.

La torta salata alle verdure può essere servita come antipasto, aperitivo, piatto unico leggero oppure portata per un pranzo informale.

Con una semplice insalata verde diventa un pasto completo e piacevole.

Possiamo aggiungere pomodori freschi oppure verdure crude croccanti per creare un contrasto di consistenze.

Per il vino sceglierei un Verdicchio, fresco e abbastanza strutturato da accompagnare sia la ricotta sia le verdure.

Ottimo anche un Soave, più delicato.

Se preferiamo le bollicine, uno spumante brut è perfetto per un aperitivo.

Per una versione completamente informale possiamo accompagnarla con acqua frizzante e una buona fetta di pane.

E LE VERDURE CHE STANNO GIÀ APPASSENDO?

Qui arriva una delle regole più importanti.

Una verdura appassita non è necessariamente una verdura da buttare.

Se è ancora integra e non presenta muffe, marciumi o odori anomali, può spesso essere utilizzata in preparazioni cotte.

Una carota diventata meno croccante può finire in una zuppa.

Una zucchina leggermente molle può essere cotta.

Le foglie ancora sane possono diventare una frittata.

Le verdure rimaste possono diventare un passato.

Naturalmente, quando un alimento presenta segni evidenti di deterioramento, muffa o caratteristiche anomale, non bisogna cercare di “salvarlo” a tutti i costi.

Antispreco non significa mangiare qualcosa che non è più sicuro.

Significa evitare di buttare ciò che è ancora perfettamente utilizzabile.

Il frigorifero non deve essere un cimitero di verdure dimenticate.

Deve essere una dispensa organizzata.

Un canovaccio leggermente umido può aiutare alcune verdure a foglia a mantenere più a lungo la loro freschezza.

Ma il vero trucco è ancora più semplice:

comprare quello che possiamo consumare, conservare correttamente quello che abbiamo comprato e utilizzare per primo ciò che rischia di deteriorarsi.

Perché una cucina intelligente non è quella che riempie il frigorifero.

È quella che riesce a svuotarlo senza riempire il bidone della spazzatura.

E ricordiamoci il motto della rubrica:

Il consiglio del giorno toglie lo spreco di torno!

Cesio Endrizzi


IL CONSIGLIO DEL GIORNO: COME EVITARE IL RISCHIO DI UOVA ROTTE

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In cucina ci sono errori che possono sembrare insignificanti fino al momento in cui accadono.

Uno di questi è rompere un uovo direttamente dentro la ciotola dove abbiamo già preparato tutti gli altri ingredienti.

Un piccolo pezzo di guscio cade nell'impasto.

Oppure l'uovo non è più buono.

E improvvisamente rischiamo di dover buttare anche tutto quello che avevamo preparato.

La soluzione è semplicissima: rompere ogni uovo in una ciotolina separata prima di aggiungerlo alla preparazione.

È un gesto che richiede pochi secondi, ma permette di controllare l'uovo prima che entri in contatto con gli altri ingredienti.

Possiamo verificare l'aspetto, l'odore e la presenza di eventuali frammenti di guscio.

E soprattutto, se qualcosa non ci convince, possiamo eliminare soltanto quell'uovo senza compromettere l'intera ricetta.

È una delle piccole abitudini che distinguono una cucina improvvisata da una cucina organizzata.

PERCHÉ NON ROMPERE L'UOVO DIRETTAMENTE NELLA CIOTOLA?

Immaginiamo di preparare una torta.

Abbiamo già pesato farina, zucchero, burro e altri ingredienti.

Rompiamo il primo uovo direttamente nell'impasto.

Tutto bene.

Secondo uovo.

Anche quello sembra perfetto.

Poi arriva il terzo.

Il guscio si rompe male e alcuni frammenti finiscono nell'impasto.

Possiamo cercare di recuperarli, ma non sempre è facile.

Peggio ancora se ci accorgiamo che quell'uovo presenta un odore anomalo.

A quel punto non abbiamo più soltanto un uovo da eliminare: abbiamo un intero impasto potenzialmente compromesso.

La ciotolina separata risolve il problema alla radice.

Un uovo alla volta. Controllo. E poi nell'impasto.

È un principio semplice, ma estremamente efficace.

E se nonostante tutto un pezzetto di guscio finisce nell'uovo?

Non è necessario inseguirlo per tutta la ciotola con il cucchiaio.

Un metodo pratico consiste nell'utilizzare un pezzo più grande del guscio stesso per raccogliere il frammento.

Il guscio tende ad attirare l'altro pezzo molto meglio di quanto faccia un cucchiaino.

Naturalmente bisogna prestare attenzione all'igiene e, soprattutto, evitare che frammenti di guscio contaminino preparazioni che verranno consumate senza cottura.

LA RICETTA

Frittata soffice alle verdure e Parmigiano

Quale ricetta migliore per mettere in pratica il nostro consiglio?

La frittata sembra uno dei piatti più semplici della cucina italiana, ma proprio per questo è perfetta per imparare a lavorare correttamente le uova.

Ingredienti per 4 persone:

  • 6 uova

  • 1 zucchina

  • 1 piccola cipolla

  • 1 peperone

  • 50 g di Parmigiano Reggiano grattugiato

  • 2 cucchiai di latte

  • qualche foglia di prezzemolo

  • olio extravergine d'oliva

  • sale

  • pepe

Possiamo naturalmente sostituire le verdure con quelle che abbiamo già in frigorifero.

Anche questa può diventare una piccola ricetta antispreco.

LA PREPARAZIONE

Laviamo le verdure.

Tagliamo la zucchina a rondelle sottili e il peperone a striscioline.

Affettiamo finemente la cipolla.

Scaldiamo una padella con un filo di olio extravergine d'oliva.

Aggiungiamo la cipolla e lasciamola appassire lentamente.

Uniamo il peperone e, dopo qualche minuto, la zucchina.

Cuociamo fino a quando le verdure saranno morbide ma non completamente sfatte.

Nel frattempo arriva il momento di mettere in pratica il nostro consiglio.

Prendiamo una piccola ciotola.

Rompiamo il primo uovo.

Controlliamo che sia integro e che non ci siano frammenti di guscio.

Lo trasferiamo quindi nella ciotola principale.

Ripetiamo la procedura con tutte le altre uova.

È un gesto apparentemente insignificante, ma evita di compromettere l'intera preparazione per un singolo uovo.

Sbattiamo le uova con una frusta o una forchetta.

Aggiungiamo il Parmigiano, il latte, il prezzemolo tritato, una piccola quantità di sale e una macinata di pepe.

Versiamo il composto sulle verdure ormai cotte.

Abbassiamo la fiamma e lasciamo cuocere lentamente.

Quando la parte inferiore della frittata è ben rappresa, possiamo girarla aiutandoci con un piatto oppure terminare la cottura con un coperchio.

La frittata deve risultare cotta ma ancora morbida.

Non bisogna trasformarla in una specie di disco asciutto.

Una cottura moderata permette alle uova di mantenere una consistenza più piacevole.

Quando è pronta, trasferiamola su un piatto e lasciamola riposare per un paio di minuti.

Possiamo servirla calda oppure tiepida.

UNA FRITTATA, MILLE POSSIBILITÀ

Il bello della frittata è che non richiede necessariamente ingredienti costosi.

Possiamo utilizzare:

  • zucchine;

  • patate;

  • cipolle;

  • spinaci;

  • erbette;

  • peperoni;

  • asparagi;

  • piselli;

  • avanzi di verdure già cotte.

Possiamo aggiungere formaggi, erbe aromatiche oppure piccoli quantitativi di salumi già presenti in frigorifero.

In questo modo una preparazione semplicissima può diventare anche un eccellente strumento contro lo spreco alimentare.

L'importante è che gli ingredienti eventualmente già cotti siano stati conservati correttamente.

COME CAPIRE SE UN UOVO È ANCORA UTILIZZABILE?

La prima cosa da fare è controllare la data indicata sulla confezione e seguire le modalità di conservazione previste.

Il nostro trucco della ciotolina separata non sostituisce queste indicazioni.

Serve soprattutto a evitare di contaminare l'intera preparazione nel caso in cui un uovo sia problematico.

Una volta aperto, possiamo osservare l'aspetto e soprattutto verificare che non presenti odori anomali.

Se qualcosa ci sembra sospetto, meglio non utilizzarlo.

Il principio è semplice: nel dubbio, l'uovo si elimina; non si rischia con tutta la ricetta.

Una frittata alle verdure è estremamente versatile.

Possiamo servirla con una semplice insalata verde condita con olio extravergine d'oliva e limone.

Ottima anche con pomodori freschi, verdure grigliate oppure una fetta di pane casereccio.

Per il vino possiamo scegliere un bianco fresco e leggero.

Un Verdicchio è particolarmente adatto grazie alla sua freschezza e alla buona struttura.

Anche un Soave può funzionare molto bene.

Se preferiamo le bollicine, uno spumante brut può accompagnare piacevolmente la componente grassa dell'uovo e del Parmigiano.

Per una versione completamente informale possiamo semplicemente accompagnare la frittata con acqua fresca e una buona fetta di pane.

A volte non serve altro.

In cucina spesso sono proprio i gesti più piccoli a fare la differenza.

Pesare correttamente gli ingredienti.

Tenere pulito il piano di lavoro.

Preparare prima ciò che serve.

Controllare gli alimenti.

E, nel caso delle uova, romperle una alla volta in una ciotola separata.

Sono pochi secondi.

Ma quei pochi secondi possono salvare una ricetta intera.

E soprattutto ci ricordano una regola fondamentale della cucina: prima si controlla, poi si aggiunge.

Perché uno chef non è quello che non commette mai errori.

È quello che impara a fare in modo che un piccolo errore non diventi un disastro.

Cesio Endrizzi


 
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