Entrate in una steakhouse, ordinate una prime rib e pagate una cifra importante. Poi, qualche riga più sotto nel menu, trovate uno steak sandwich che costa una frazione di quella somma.
La domanda viene quasi automaticamente: stanno usando la stessa carne?
La risposta è: qualche volta sì, ma non necessariamente nello stesso modo.
La differenza non dipende soltanto dalla qualità della carne. Dipende soprattutto da anatomia, resa, consistenza, metodo di cottura, dimensione della porzione e, naturalmente, economia del ristorante.
Una steakhouse non compra una mucca pensando semplicemente: “questa parte la vendiamo cara, questa la vendiamo economica”.
Compra, o lavora, tagli interi.
E ogni taglio genera inevitabilmente porzioni, rifilature, estremità, pezzi irregolari e grasso. La bravura consiste nel trovare un impiego commerciale anche per quello che non può essere presentato come una bistecca perfettamente uniforme.
Cominciamo dalla prime rib.
La prime rib, nonostante il nome, non significa necessariamente che la carne sia classificata “Prime” secondo il sistema USDA. “Prime rib” indica soprattutto una preparazione ricavata dal rib primal, cioè dalla sezione delle costole. La classificazione qualitativa della carne è un'altra cosa.
Il roast beef da cui si ricava la prime rib proviene dalla zona delle costole, generalmente dalla sesta alla dodicesima costola. È una parte particolarmente interessante perché combina muscolo e grasso intramuscolare e permette di ottenere un arrosto grande, compatto e sufficientemente marezzato da sopportare una cottura prolungata.
Questo è fondamentale.
La prime rib viene normalmente cotta come un grande pezzo intero e poi affettata al momento del servizio. Non si cerca semplicemente di cuocere rapidamente una bistecca. Si cerca di trasformare un grande arrosto in una serie di fette uniformi, rosate e succose.
La struttura del taglio è quindi parte integrante del piatto.
Se un ristorante sostituisse quella carne con un altro taglio anatomico, non avrebbe più semplicemente una “prime rib” preparata in modo diverso. Avrebbe un'altra preparazione. Il nome indica infatti la parte dell'animale dalla quale proviene il taglio, non soltanto il suo prezzo o il suo livello qualitativo.
E qui arriviamo al panino.
Un sandwich con la bistecca ha un problema che una prime rib non ha: deve essere mangiato con le mani.
Sembra un dettaglio insignificante.
Non lo è affatto.
Una bistecca perfetta per il piatto può essere pessima dentro un panino. Se la fetta è troppo spessa, troppo lunga o troppo resistente, al primo morso il pane rimane in mano mentre tutta la carne viene trascinata fuori.
Il panino si trasforma in una lotta.
Per questo il cuoco ragiona in modo completamente diverso.
La carne deve essere abbastanza tenera da poter essere morsa facilmente, ma soprattutto deve essere tagliata in maniera appropriata. L'orientamento delle fibre diventa fondamentale.
Una bistecca può essere relativamente coriacea se viene servita in una grande fetta.
La stessa carne, affettata sottilmente contro fibra, può diventare perfettamente adatta a un sandwich.
È una delle grandi lezioni della macelleria: la tenerezza non dipende soltanto dall'animale e dal taglio. Dipende anche da come quel muscolo viene porzionato e consumato.
E poi esiste la questione degli scarti.
Ma “scarto” è una parola che inganna.
In una buona cucina, uno scarto non è necessariamente carne di bassa qualità. Può essere semplicemente un pezzo che non ha la forma necessaria per essere venduto come una bistecca intera.
Prendiamo un filetto.
Il filet mignon è molto tenero e viene venduto come una delle porzioni più pregiate. Ma quando un macellaio o un cuoco lavora un filetto intero, non ottiene una fila perfetta di medaglioni identici. Ci sono estremità più piccole, parti irregolari, pezzi che devono essere rifilati e porzioni che non hanno l'aspetto ideale per il piatto principale.
La qualità della carne può rimanere elevata.
La forma, però, non è più quella richiesta.
E allora quei pezzi possono essere destinati a tartare, spiedini, piatti saltati in padella, preparazioni tritate oppure, appunto, sandwich.
È qui che entra in gioco l'economia dello zero waste.
Un ristorante che acquista un taglio costoso e poi butta via una parte significativa del prodotto sta buttando via denaro.
Un ristorante intelligente cerca invece di trasformare ogni parte utilizzabile in un prodotto vendibile.
Quindi il vostro steak sandwich potrebbe effettivamente contenere pezzi provenienti dalla rifilatura di tagli molto pregiati.
Ma sarebbe sbagliato trasformare questa possibilità in una regola assoluta.
Non tutti gli steak sandwich sono fatti con ritagli di filetto.
Molti ristoranti scelgono deliberatamente tagli meno costosi ma particolarmente adatti alla preparazione.
Controfiletto, bavetta, flank steak, skirt steak e altri tagli possono essere eccellenti candidati, purché vengano preparati correttamente.
La bavetta, per esempio, ha una fibra molto evidente e un sapore pronunciato. Non è la carne che si mette semplicemente in padella e si taglia come capita. Bisogna cuocerla correttamente e soprattutto affettarla controfibra.
Il flank steak segue una logica simile.
Lo si può cuocere rapidamente a temperatura elevata e poi tagliare sottilmente attraverso le fibre. Il risultato può essere molto più piacevole in un panino rispetto a una fetta spessa e compatta di carne.
Lo stesso principio vale per lo skirt steak, particolarmente saporito ma caratterizzato da fibre lunghe.
In un sandwich, la domanda non è quindi semplicemente: “Qual è il taglio più pregiato?”
La domanda corretta è: “Quale taglio funziona meglio in questa forma?”
È una differenza enorme.
La prime rib deve reggere una lunga cottura e produrre grandi fette.
La bistecca da sandwich deve sopportare il morso.
Sono due problemi culinari differenti.
E anche il modo di tagliare la carne cambia.
Se si utilizza un taglio con fibre lunghe, bisogna spesso affettarlo sottilmente controfibra. Se si lavora con piccoli ritagli teneri, si possono ottenere strisce o pezzi più irregolari. Se la carne viene destinata a una piastra molto calda, si può anche tagliare a pezzi prima della cottura per ottenere una superficie maggiore e una rosolatura più intensa.
È qui che la cucina professionale smette di essere soltanto una questione di ricette.
Diventa gestione della materia prima.
Il cuoco deve sapere quanto costa il prodotto, quanta parte è realmente utilizzabile, quanto perde durante la cottura, quale consistenza avrà dopo il taglio e quale porzione il cliente si aspetta di ricevere.
Una bistecca da ristorante e una bistecca dentro un panino non sono semplicemente due formati della stessa cosa.
Sono due prodotti.
Anche la cottura lo dimostra.
Una prime rib può essere arrostita lentamente, lasciata riposare e poi affettata. Lo scopo è mantenere una cottura uniforme e conservare i succhi all'interno della grande massa muscolare.
Lo steak sandwich, invece, può essere preparato molto più rapidamente: carne tagliata sottile, piastra o padella molto calda, rapida rosolatura e immediata composizione con pane e condimenti.
La superficie diventa importante perché, rispetto alla quantità di carne, c'è molto più contatto con la fonte di calore.
E qui torna il rapporto tra prezzo e percezione.
Il cliente vede un filet mignon intero e pensa automaticamente a una carne costosa.
Vede un panino con striscioline di manzo e può pensare a un prodotto economico.
Ma la realtà può essere molto più interessante.
Quel panino può contenere carne tenerissima che, semplicemente, non aveva la forma necessaria per essere venduta come bistecca.
Oppure può contenere un taglio relativamente economico preparato da un cuoco che sa esattamente come trattarlo.
In entrambi i casi, il prezzo finale non racconta da solo la qualità della carne.
Racconta anche il costo della porzione, la resa, il lavoro di preparazione, il pane, il formaggio, le salse, il contorno, il servizio e il margine necessario al ristorante.
E questo spiega un altro fenomeno curioso delle steakhouse.
Il menu può sembrare costruito su una gerarchia assoluta: filetto in alto, ribeye poco sotto, prime rib, poi hamburger e sandwich.
Ma la cucina reale è molto meno ordinata.
Un pezzo proveniente dalla rifilatura di un filetto può finire in un piatto economico e un ottimo flank steak può diventare un sandwich spettacolare.
La differenza non è sempre nella qualità intrinseca.
È nella destinazione.
La stessa mucca può quindi produrre contemporaneamente il piatto più costoso del menu e gli ingredienti di quello più economico.
Non è una contraddizione.
È il funzionamento della macelleria.
Il vero spreco, per una steakhouse, sarebbe comprare carne pregiata, utilizzare soltanto le porzioni perfette e buttare tutto il resto.
Per questo le cucine professionali cercano di progettare il menu come un sistema.
Il filetto genera bistecche.
Le rifilature possono generare altri piatti.
Il grasso può essere utilizzato per determinate preparazioni.
Le ossa possono contribuire a fondi e brodi.
I tagli meno richiesti possono diventare preparazioni cotte lentamente.
Il menu, quando è costruito bene, permette a un ingrediente costoso di produrre più di un risultato.
E questo è il motivo per cui la prossima volta che vedrete una prime rib da centinaia di dollari e uno steak sandwich molto più economico non dovreste pensare automaticamente che uno sia “carne vera” e l'altro sia carne di serie B.
La domanda interessante è un'altra.
Da quale parte dell'animale viene quella carne, come è stata rifilata, come è stata tagliata e soprattutto perché il cuoco ha deciso che quel pezzo era destinato proprio a quel piatto?
Perché in una buona steakhouse nulla dovrebbe essere casuale.
Nemmeno quello che finisce tra due fette di pane.
Cesio Endrizzi