Il paradosso che ho più volte constatato nei miei viaggi tra il Maine e la Sardegna è uno dei più affascinanti esempi di come il valore di un alimento non sia mai intrinseco, ma sempre il risultato di forze storiche, economiche e psicologiche che agiscono su scale temporali molto ampie. Sì, è vero: l’aragosta – e con essa l’astice, suo parente dalle chele possenti – è stata per secoli negli Stati Uniti un cibo per poveri, servi e detenuti, prima di compiere un’ascesa sociale che l’ha trasformata nel simbolo gastronomico del lusso che conosciamo oggi. E sì, anche in Italia, in particolare in Sardegna, esiste una memoria simile: negli anni Sessanta l’astice, più economico e abbondante della sua controparte spinosa, era considerato un alimento di ripiego, ben lontano dall’aura di prestigio che oggi lo avvolge sulle tavole dei ristoranti di Alghero o nei menu delle occasioni speciali. La differenza tra le due sponde dell’Atlantico non sta tanto nell’esistenza di questo fenomeno, quanto nella sua intensità e nella rapidità con cui la percezione del valore può essere ribaltata.
Per comprendere la portata della trasformazione, occorre tornare alla Nuova Inghilterra del XVII e XVIII secolo. Lì, lungo le coste del Massachusetts e del Maine, l’aragosta – l’ Homarus americanus, oggi nota come “Maine lobster” – era così abbondante da accumularsi sui litorali in mucchi alti due piedi dopo le tempeste. I coloni, provenienti da una tradizione culinaria europea che guardava con sospetto ai crostacei, consideravano queste creature marine poco più che “insetti dell’oceano”, un cibo adatto ai ceti più bassi, ai servi a contratto e persino ai prigionieri. La leggenda – più volte ripresa ma mai documentata con certezza da fonti primarie – vuole che i domestici del Massachusetts Bay Colony facessero inserire nei loro contratti una clausola che li proteggeva dall’essere nutriti con aragoste più di tre volte a settimana, tanto il cibo era percepito come una punizione, non come un privilegio. Gli storici dell’alimentazione hanno oggi ridimensionato questo aneddoto: non esiste alcun documento d’archivio che attesti l’esistenza di tali clausole, e la rivolta dei servi per eccesso di crostacei appartiene più al folklore che alla storia verificata. Tuttavia, il fatto stesso che la leggenda abbia attecchito con tanta forza racconta una verità più profonda: quella di un’epoca in cui l’aragosta era così poco ambita da venire persino utilizzata come fertilizzante per i campi o come esca per la pesca di altri pesci.
Il capovolgimento di questa gerarchia culinaria prese avvio nel corso dell’Ottocento, per effetto di tre rivoluzioni simultanee. La prima fu tecnologica: l’introduzione della conservazione in scatola permise di trasportare la carne di aragosta nell’entroterra americano, dove il crostaceo era sconosciuto e quindi esotico, non disprezzato. La seconda fu infrastrutturale: l’espansione della rete ferroviaria consentì ai viaggiatori facoltosi di raggiungere le località costiere del New England, dove il turismo estivo trasformò la “aragosta del pescatore” in una specialità da villeggiatura, un souvenir gastronomico da consumare guardando l’oceano. La terza fu economica: il sovra-sfruttamento delle risorse ittiche ridusse drasticamente la popolazione di aragoste verso la fine del secolo, e la scarsità, come sempre accade nei mercati, fece impennare i prezzi, trasformando l’abbondanza di un tempo in un ricordo e l’accesso al crostaceo in un privilegio per pochi. È interessante notare come, anche quando fattori contingenti – come il riscaldamento delle acque del Golfo del Maine, che ha ridotto la popolazione di merluzzi (predatori naturali delle aragoste) e spostato l’areale di riproduzione del crostaceo verso nord – abbiano prodotto negli ultimi decenni una vera e propria “bolla” di aragoste, facendo crollare il prezzo all’ingrosso a livelli sorprendentemente bassi (fino a 2,20 dollari la libbra nel 2012), i ristoranti americani abbiano tenuto i prezzi al consumo artificialmente alti. Perché? Perché l’aragosta, spiegano gli economisti comportamentali, ha smesso di essere un alimento per diventare un segnale: un prezzo basso genererebbe sospetto sulla qualità, mentre un prezzo alto alimenta il piacere stesso del consumo, come dimostrano gli studi che associano il gradimento di un vino alla sua etichetta più che al suo sapore. L’aragosta, insomma, è lussuosa perché costa cara, e costa cara perché la si vuole lussuosa – un circuito di autolegittimazione perfetto.
Il lettore solleva inoltre una distinzione cruciale, spesso trascurata nel dibattito comune: quella tra aragosta e astice. Non si tratta di semplici sinonimi, ma di due creature profondamente diverse, la cui confusione è all’origine di molti equivoci, compreso quello sul loro presunto “lusso” in Italia. L’aragosta vera (famiglia Palinuridae) è priva di chele, ha un carapace spinoso e un colore che vira al rosso intenso; la sua carne è considerata più pregiata, tenera e dolce, e il suo prezzo al dettaglio in Italia può raggiungere i 90-100 euro al chilo. L’astice (famiglia Nephropidae), al contrario, possiede le caratteristiche chele anteriori, un carapace liscio che tende al blu scuro o al verde oliva (nell’europeo) o al bruno (nell’americano), e una carne più fibrosa e dal sapore più deciso, generalmente meno costosa – si parla di 30-50 euro al chilo per l’astice comune, cifra che sale solo per la rarissima varietà blu europea. È proprio quest’ultimo – l’astice, non l’aragosta – quello che negli anni Sessanta in Sardegna veniva considerato un cibo umile, abbondante lungo le coste e consumato senza l’aura cerimoniale che oggi accompagna la sua comparsa in piatti come l’astice alla catalana, specialità oggi celebrata ma nata in quegli stessi decenni come rivisitazione di una ricetta più povera.
Oggi, attraversando l’Atlantico, la differenza rimane tangibile. Negli Stati Uniti, nonostante la mitizzazione del “lobster roll” come icona di vacanze costose, è ancora possibile mangiare aragosta a prezzi che in Italia suonerebbero quasi offensivi: un intero esemplare al supermercato del Maine può costare meno di un petto di pollo biologico, e persino nei ristoranti di Boston o New York il divario con i prezzi italiani è significativo. In Italia, al contrario, sia l’astice sia l’aragosta hanno completato la loro metamorfosi in simboli di status, appannaggio delle cene di Natale e dei menu degustazione – un destino ironico per un crostaceo che, non più di sessant’anni fa, era ancora cibo da pescatori nelle acque cristalline della Sardegna. La storia dell’aragosta e dell’astice è, in fin dei conti, la storia di come il valore sia una categoria instabile, governata non dalla natura ma dalla cultura, e di come i confini tra “lusso” e “povertà” possano essere riscritti da una generazione all’altra con la stessa facilità con cui si scartano le chele di un crostaceo durante un’abbuffata estiva. Un monito, forse, a non dare mai per scontato ciò che oggi ci appare come evidente – né in gastronomia, né altrove.