A tavola con il tiranno: il documentario che svela il potere attraverso i suoi cuochi

 


La domanda che il documentario "How to Feed a Dictator", presentato in anteprima al Tribeca Festival, pone ai suoi spettatori è tanto semplice quanto inquietante: cosa mangia un dittatore? La risposta, come si scopre nel corso del film diretto da Andrew Neel e tratto dall'omonimo libro del giornalista polacco Witold Szabłowski, non è una mera curiosità gastronomica, ma una chiave di volta per comprendere la psicologia del potere assoluto, il rapporto tra il tiranno e la sua nazione, e la natura ambigua della memoria storica. Il film non si affida a storici o a oppositori sopravvissuti, ma segue le tracce degli uomini e delle donne che per anni hanno preparato i pasti di Saddam Hussein, Augusto Pinochet, Idi Amin, Pol Pot e Kim Jong-il, offrendo una prospettiva inedita che trasforma il racconto della tirannide in una riflessione sulla quotidianità del male.

Il caso di Kim Jong-il, il "Carissimo Leader" della Corea del Nord, è forse il più emblematico di questa ossessione per la perfezione. La sua passione per la pizza italiana, un piatto che nulla aveva a che fare con la tradizione culinaria coreana, lo spinse a far arrivare nel paese il pizzaiolo italiano Ermanno Furlanis, incaricato di insegnare ai cuochi del regime i segreti della tradizione italiana, con ingredienti importati dall'estero e controlli minuziosi su ogni fase della preparazione . Mentre milioni di nordcoreani affrontavano carestie e privazioni, il leader poteva permettersi il lusso di una pizza perfetta, un dettaglio grottesco che rivela la separatezza di un mondo in cui il desiderio personale del dittatore prevale su qualsiasi altra considerazione . La sua passione per la cucina straniera, dai vini francesi agli ingredienti giapponesi, era un'estensione del suo universo, un simbolo di un potere che non conosce limiti e che trasforma la tavola in un'arma di distinzione sociale .

Saddam Hussein, dal canto suo, era legato al masgouf, la carpa d'acqua dolce cotta sulla brace, il piatto simbolo della cucina irachena e delle rive del Tigri. La sua predilezione per questo piatto non era solo una preferenza personale, ma un tentativo di appropriarsi simbolicamente di una tradizione nazionale, di suggerire una coincidenza tra il destino dell'Iraq e quello del suo leader. La leggenda, riportata anche nel docufilm, secondo cui proprio la ricerca del suo pesce preferito avrebbe contribuito a restringere il cerchio attorno ai suoi spostamenti e alla sua cattura, aggiunge un elemento di ironia tragica a una storia già di per sé densa di significati simbolici .

Ma il registro cambia drasticamente con il racconto di Charles Otonde Odera, il cuoco personale di Idi Amin. Odera rievoca uno degli episodi più disturbanti della storia del dittatore ugandese: l'ordine di cucinare un cuore umano, con la spiegazione che mangiare il cuore di una persona avrebbe impedito al suo spirito di tornare a perseguitare i vivi . La cucina, che evoca l'idea di cura e nutrimento, si trasforma qui in uno spazio contaminato dalla violenza, dove il corpo umano diventa un ingrediente e il terrore si mescola alla superstizione. Odera, che prima di entrare nella cerchia di Amin viveva in povertà, racconta la seduzione materiale del potere, e la sua testimonianza non è un atto di accusa, ma il racconto di una dipendenza che si è creata nel tempo, rendendo il male quasi familiare.

La figura di Keo Samoun, la donna che cucinava per Pol Pot, è forse la più scomoda di tutte. Samoun ricorda il leader dei Khmer Rossi come l'uomo che organizzò il suo matrimonio e contribuì a migliorarle la vita, e la sua gratitudine sopravvive alla storia e alla consapevolezza del genocidio . "Non poteva essere tutto negativo", dice, e la frase non assolve il dittatore, ma racconta la difficoltà di accettare che l'uomo che ci ha fatto del bene possa essere stato responsabile di un male immenso . È una dinamica che attraversa tutto il documentario: l'ex cuoco di Pinochet conserva ancora fotografie del generale cileno; lo chef di Saddam Hussein continua a definirlo "il padre dell'Iraq"; Charles Odera ricorda gli anni accanto ad Amin come il periodo che gli ha permesso di uscire dalla povertà . Frammenti minimi che convivono con i capitoli più violenti del Novecento, e che rivelano come il male non si presenti mai con il volto della mostruosità, ma talvolta distribuisca favori, offra protezione, migliori una condizione materiale e si accomodi a tavola fino a sembrare normale.

Cesio Endrizzi





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