Il piatto tradito: anatomia di un fraintendimento gastronomico tra Abruzzo e New Jersey


Esiste, nell’immaginario collettivo d’oltreoceano, una certezza incrollabile: gli spaghetti con le polpette sarebbero un emblema della cucina italiana, una sorta di piatto nazionale esportato dagli emigranti come la lingua di Dante o il caffè espresso. La realtà, come spesso accade quando si incrociano la nostalgia e la distanza, è più sfumata, più localizzata e molto meno monumentale. Sì, esiste in Italia un piatto che accosta un formato di pasta lunga a delle piccole polpette di carne, ma chi si aspettasse di trovarlo sulla carta di una trattoria romana o fiorentina si troverebbe a spulciare invano il menu, con il rassegnato senso di chi cerca un fiume in una cartina del deserto. La preparazione non è nazionale, ma regionale; non è un luogo comune, ma un’eccezione. Si annida nelle cucine dell’Abruzzo interno, nelle masserie pugliesi, nei vicoli di Napoli e nei borghi silani della Calabria. E proprio qui, nella specificità dei gesti e degli ingredienti, si gioca la partita vera tra l’originale e la sua celeberrima controfigura americana.

L’errore concettuale più grave – e il più istruttivo – consiste nel considerare la versione italo-americana come una mera ingrandimento o una volgarizzazione di quella italiana. Più produttivo sarebbe pensarle come due evoluzioni divergenti da un comune antenato povero. Nel Mezzogiorno storico, la polpetta – o la pallottina, come la chiamano con affettuosa precisione nel Teramano – non era mai protagonista. Era una strategia di sopravvivenza. Si realizzava con gli avanzi di carne macinata, condita con molta mollica di pane raffermo, uova, parmigiano o pecorino, e prezzemolo; un impasto che, nella sua modestia, cercava di allungare il più possibile il sapore della carne senza mai eccedere. La dimensione era rigorosamente ridotta: una pallottina, appunto, di un paio di centimetri di diametro, tanto da fondersi nel sugo quasi come un condimento aggiuntivo, non come il centro del piatto. Nel profondo Sud, dalle parti di Catanzaro o Reggio, accade qualcosa di ancora più interessante: le polpette si accompagnano ai maccarruni, maccheroni arrotolati a mano attorno a un ferretto (l’antico ferro per fare i maccheroni), lasciati asciugare e poi lessati. Non spaghetti, dunque, ma una pasta dalla forma irregolare, la cui rugosità cattura il sugo in modo assai diverso rispetto alla liscezza industriale degli spaghetti Barilla.

L’Abruzzo offre forse l’analogia più calzante con l’idea americana, ma con una divergenza cruciale nella tessitura della pasta. Qui si usano gli spaghetti alla chitarra: un formato fresco a sezione quadrata, ottenuto facendo rotolare la sfoglia di pasta all’uovo sopra uno strumento di legno munito di corde d’acciaio tese. La superficie spigolosa e porosa trattiene il condimento come la pietra arenaria trattiene l’acqua, mentre la versione industriale americana, liscia e di sola semola di grano duro, scivola via, impotente e distaccata, di fronte all’abbondanza del sugo. Il gap tecnologico tra le due tradizioni non è secondario: è filosofico. La chitarra abruzzese parla di artigianato e di assorbimento; lo spaghetti Americano parla di efficienza e di scalabilità.

Ma è nella composizione del sugo e nella proporzione degli ingredienti che il divario si fa abisso. La cosiddetta marinara statunitense – un termine quasi inesistente in Italia con quell’accezione – è un condimento codificato dalla ristorazione italo-americana: aglio, cipolla, basilico e origano in quantità generose, talvolta soverchianti, cotti a lungo fino a ottenere una salsa densa, dolce, quasi opaca. Il sugo del Sud Italia per le polpette è invece più scarno, più acido, più fedele al pomodoro: non si cuoce per ore, non contiene cipolla se non come soffritto opzionale, e l’origano è utilizzato con parsimonia, temendo sempre che copra la carne. L’aglio, se presente, viene sfregato sulla pentola o tolto a metà cottura; la sua funzione è aromatica, non strutturale. Inoltre, nella versione mediterranea, le polpette si rosolano prima in padella e poi si completano nel sugo, non vi nuotano dentro per tutta la durata della preparazione. Il risultato è una polpetta che mantiene una crosticina esterna e una consistenza asciutta all’interno, quasi a ricordare la sua origine di scarto nobilitato.

Al contrario, la polpetta americana – monumentale, spesso grande quanto una pallina da tennis – è il riflesso materiale di un’economia dell’abbondanza. Gli emigranti italiani tra Otto e Novecento trovarono in America una disponibilità di carne macinata di manzo (mista talvolta a maiale e vitello) che in Italia sarebbe stata impensabile per una famiglia contadina. Così la polpetta si ingrandì, divenne il perno del pasto, e lo spaghetti retrocesse a mero veicolo di carboidrati. Il sugo – più dolce, più speziato, più corposo – fu addomesticato per accompagnare questa mole di carne, e l’origano, raro nei sughi casalinghi del Sud Italia, divenne il segno distintivo di una cucina che aveva bisogno di creare una propria identità, sintetica e riconoscibile, lontano dalle mille sfumature regionali della madrepatria. Così, paradossalmente, ciò che per l’italiano medio suona come una storpiatura – gli spaghetti con le polpette – è in realtà una creazione autentica della diaspora: un piatto che non esisteva prima dell’emigrazione, nato dalla memoria di un’idea e dalle condizioni di un nuovo mondo. L’Abruzzo e la Calabria lo sanno, ma non lo dicono ad alta voce: il piatto che l’America crede italiano è in realtà il più americano degli italianismi, mentre il suo originale, modesto e irregolare, continua a vivere nelle case dove le pallottine si contano, non si pesano, e dove la pasta non è mai liscia, ma ha la rugosità della verità.

Cesio Endrizzi

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