Può un alimento, nella sua disarmante semplicità, raccontare la storia della civiltà più antica del mondo, le migrazioni di popoli, le vie dell’innovazione tecnica e la persistenza di una forma culturale attraverso quaranta secoli di turbolenze? Nel caso dei noodles, la risposta è affermativa, e con un’intensità che pochi altri prodotti della terra sanno eguagliare. Nati più di quattromila anni fa lungo le rive del Fiume Giallo, dove le recenti scoperte archeologiche hanno restituito, all’interno di ciotole di terracotta capovolte da un sisma, fossili di filamenti di miglio dall’aspetto ancora intatto, questi semplici oggetti di farina e acqua rappresentano molto più di un alimento di base. Essi costituiscono un perfetto laboratorio di osservazione delle logiche profonde che governano il rapporto tra uomo, territorio e tecnologia. A differenza del pane, che richiede il controllo della lievitazione e la presenza di forni a cupola, i noodles nascono da un’intuizione quasi elementare: mescolare una polvere amidacea con un liquido, lavorare l’impasto fino a ottenere una struttura coerente, quindi ridurlo in sottili fili da immergere nell’acqua bollente. Non serve lievito, non serve una strumentazione complessa, non serve un particolare clima. Basta la pazienza delle mani e la comprensione della chimica primordiale degli amidi. È questa radicale accessibilità che spiega, meglio di ogni altra ipotesi, l’inarrestabile diffusione del formato lungo tutto l’arco dell’Asia orientale e meridionale.
Dalla Cina, i noodles non migrarono come merce di scambio, ma come sapere incarnato, come tecnica del corpo trasmessa da monaci viaggiatori, mercanti lungo le rotte della seta e cortigiani in esilio. Fu così che il Giappone, nella sua abitudine secolare di assorbire e sublimare gli influssi continentali, sviluppò una triade destinata a diventare patrimonio nazionale: gli spessi e morbidi udon, ricalcati sui modelli cinesi dei mian di grano tenero; i sottili e terrosi soba di grano saraceno, nati dalla necessità di coltivare terreni marginali e divenuti in seguito simbolo di raffinatezza estetica; e infine i ramen, l’invenzione più moderna, importata dai quartieri cinesi di Yokohama all’alba del Novecento e poi rielaborata fino a diventare, nel secondo dopoguerra, il comfort food nazionale di un’arcipelago in rapida ricostruzione. Più a sud, la Thailandia, l’Indocina e l’arcipelago indonesiano ricevettero un’eredità diversa: qui i noodles si fecero spesso di farina di riso, più leggeri e trasparenti, adatti a un clima dove il grano cresce con difficoltà. Il khanom chin thailandese, spaghetti di riso fermentato serviti con curry liquidi, rappresenta un’affascinante deviazione dalla norma: l’amido non si limita a veicolare il condimento, ma diventa esso stesso un attore della fermentazione, un alter ego acido e fresco del più neutro noodle cinese. La Corea, dal canto suo, ha contribuito con il naengmyeon: noodles sottilissimi di grano saraceno e amido di patate, serviti in un brodo di manzo ghiacciato, quasi un’eresia dell’idea stessa di pietanza calda, ma perfettamente coerente con l’estetica coreana degli opposti termici.
Ciò che distingue radicalmente i noodles dalla pasta italiana – e la differenza non è meramente tecnica, ma ontologica – non è soltanto la scelta delle materie prime, spesso farina di grano tenero anziché di grano duro, né l’uso frequente di amidi aggiuntivi come quello di patate dolci o di fagioli mungo per conferire trasparenza o masticabilità. La divergenza profonda risiede nella funzione strutturale che i noodles svolgono all’interno del pasto. Nella tradizione occidentale, erede della pasta asciutta mediterranea, il formato di pasta costituisce il primo piatto, un atto solitario e autosufficiente, un veicolo per un condimento che ne è complemento ma rimane distinto. Il noodle orientale, al contrario, è quasi sempre parte di un sistema più complesso di consistenze e temperature, dove il brodo, il saltato in wok, le salse fermentate o i pickles creano un equilibrio dinamico che nessun singolo elemento può dominare. Pensiamo al laksa malese: spaghetti di riso immersi in una zuppa di pesce e latte di cocco infuocata dal peperoncino, guarniti con germogli di soia croccanti, tofu fritto, uova sode e foglie di menta. Ogni boccone è una combinatoria di sapori primari e secondari, di umami fermentato e freschezza erbacea, di morbidezza e frizione. Il noodle, in questo contesto, non è il protagonista; è il tessuto connettivo, la maglia che tiene insieme una comunità altrimenti dispersa.
Ed è qui che la preparazione menzionata dal lettore – pollo, peperoni e cipolla saltati con noodles – si inserisce in una genealogia precisa e onorevole. Si tratta di una variante del chow mein cantonese o del yakisoba giapponese, dove i noodles vengono prima lessati, poi saltati a fuoco vivace nel wok con ingredienti tagliati a pezzi di dimensione omogenea. Il segreto, che pochi occidentali colgono, risiede nel cosiddetto wok hei, letteralmente il “soffio del wok”: quella complessa reazione di combustione che si verifica quando le gocce d’olio e i succhi degli alimenti entrano in contatto con la superficie incandescente del wok e con la fiamma viva, producendo un aroma leggermente affumicato, quasi carbonizzato, impossibile da replicare con una padella domestica su un fornello a gas occidentale. Il pollo, tagliato a strisce sottili contro fibra per preservare la tenerezza, i peperoni e la cipolla – quest’ultima spesso aggiunta in due tempi, una parte all’inizio per insaporire l’olio, una parte a fine cottura per mantenere una lieve croccantezza – completano il quadro di una ricetta che non tradisce la filosofia orientale, pur essendo ormai divenuta un classico della cucina fusion internazionale. Non si tratta, come taluni critici gastronomici tendono a sostenere con snobismo, di una “occidentalizzazione” impura. Al contrario, la capacità del noodle di adattarsi a infinite combinazioni, di assorbire i sapori locali senza perdere la propria identità testurale, è proprio la ragione del suo successo planetario. Dai mercati notturni di Bangkok ai chioschi di ramen di Tokyo, dalle cucine delle nonne dello Yunnan ai frigoriferi dei supermercati di Los Angeles, il noodle ha saputo fare ciò che pochissimi altri prodotti alimentari hanno realizzato: diventare universale senza smettere di essere locale. Una lezione, questa, che meriterebbe di essere studiata non solo dai cuochi, ma da quanti si occupano di diffusione delle idee e di mediazione culturale. Perché se esiste un antidoto al conformismo alimentare globalizzato, esso non sta nella chiusura identitaria, bensì nella capacità di un oggetto semplice – quattro millimetri di pasta e quattromila anni di storia – di raccontare ogni volta una storia nuova, pur rimanendo fedele alla sua natura di filo che unisce.
Cesio Endrizzi